Genova 2001. Vista da un amico

Dall’amico Davide.

Grazie.


Per il 21 luglio 2021 sto pensando a un solitario trekking in Val di Genova nella cornice delle splendide Dolomiti di Brenta… e realizzo che mi sono forse perso.

Una creatura mitologica e caustica come quelle che abitano la coscienza a fumetti di ZeroCalcare mi ricorderebbe che dovrei essere nell’altra Genova. Quella esistita nella mia adolescenza, sino ad allora naif, per celebrare la memoria di ferite da consegnare alla generazione Z, come se non avessero anche loro avuto l’opportunità e il dovere di indignarsi. Dopotutto, ci siamo smarriti in tanti dopo quell’estate di vent’anni fa e un autunno esplosivo che dirotto’ l’agenda geopolitica globale. Meglio continuare con costanza il mio incoerente navigare nella realtà fluida di questo millennio, in cui, se ci si aggrappa a una certezza, si rischia di affogare. Adoro le mie scuse.

Ricordo che la domenica, di ritorno nella mia borghese cittadina di provincia, mentre ancora si consumava il dramma della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto, amici e conoscenti preferivano credere ai racconti della televisione. Ricordero’ sempre l’amarezza metallica della mia timida e sincera testimonianza disconosciuta. In quale realtà vivevano o in quale altra stavo vivendo io?

Sopravissuto indenne, ma non innocente, ai fatti di Genova del 2001, andai poi a vedere se quell’umanità brulicante urlasse il vero. Sono stato testimone modesto, spero non inopportuno, di quella violenza che i manifestanti denunciavano e che le autorità mettevano in scena, quasi a confermare che dopotutto la violenza del sistema era reale e presente anche a casa nostra. Quelle storie di altri ascoltate al Genoa Social Forum sono dolorsamente diventate veraci in quei giorni in cui a Genova si rappresentava il teatro del potere e lo sono state negli occhi delle persone che poi incontrai.

Ho ascoltato il vento patagonico portare la memoria bruciante del regime di Pinochet vent’anni dopo il “no” dei cileni; ho percorso le piste dell’Africa dei Grandi Laghi, immagine dei suoi stessi stereotipi; ho bevuto thé ospite del torturato popolo palestinese; ho incontrato chi la mafia l’ha combattuta davvero, con le fatiche e le contraddizioni del caso; ho attraversato il Tigri verso il Rojava a bordo del carrozzone degli aiuti umanitari. In quei viaggi risuonava l’eco dell’impegno di compagni e amici incontrati a Genova e di altri incrociati lungo il cammino.

Quei viaggi mi aiutarono a elaborare il trauma politico. Ogni volta che la violenza accade nel tuo campo sensoriale, laddove la puoi esperire attraverso i sensi come cruda realtà senza mediazioni, l’indifferenza non é un’opzione.

Negli anni il “da farsi” ha assunto per me forme diverse. Una di queste ha rispolverato un ricordo, come se i messaggi sui cartelloni calpestati nel corteo spezzato di Genova, finiti nella spazzatura della Storia, riemergessero a formare la soluzione di un rebus. Certo, non posso riflettere sui soli contenuti, inscindibili dai processi partecipativi: Genova é stata un’esperienza incarnata, i messaggi erano fusi nelle pratiche politiche dal basso, e l’unica possibilità fu di esserci. Ma i fumogeni non permisero di capire. Capire che avevamo purtroppo e fatalmente ragione, come riafferma in una recente intervista Vittorio Agnoletto, uno dei leader di quei momenti.

Sto terminando un Master a Londra: si studia salute globale, cioé come la globalizzazione abbia modificato le cause delle malattie, le modalità di trasmissione, la loro prevalenza e il loro impatto, come abbia mercantilizzato l’accesso e la qualità delle cure, come abbia privatizzato e ridotto i sistemi sanitari. Allora, nel 2001, si discuteva del coraggio del SudAfrica per aver fatto causa contro le grandi case farmaceutiche per disporre di farmaci a prezzi accessibili nella lotta all’AIDS. Sulla scia di Seattle si alzavano le critiche al WTO, lo stesso organismo che oggi difende la proprietà intellettuale delle case farmaceutiche impedendo di avere vaccini contro la SARS-CoV2 a sufficienza per tutti. Attac ridiscuteva il sistema del debito che, oltre a perpetrare l’ineguaglianza coloniale tra Nord e Sud, ha reso impossibile rinforzare sistemi sanitari che oggi danno il peggio di sé. Si additavano le multinazionali del petrolio, bruciavano i McDonald’s, e i movimenti contadini chiedevano il diritto a un’agricoltura sostenibile anticipando cio’ che stiamo realizzando sulla nostra pelle: il cambiamento climatico é anche un problema di salute, oltre che di giustizia sociale.

E se il movimento no-global, ripescando quell’odiosa e inesatta etichetta, ha avuto ragione sui contenuti, forse ne ha avuto anche sui modi: l’organizzazione in reti,, la sua auto-narrazione sui media alternativi, il dialogo nonviolento, la partecipazione inclusiva, il diritto a manifestare. Non tanto o non solo lezioni da imparare, ma pratiche da reinterpretare, affinché la speranza sia una possibilità.  

Genova, comunque, é stata molto di più. Per tutti gli altri temi che non ho menzionato, per i diritti oggi più che mai in pericolo (vedi le questioni di genere), per l’impatto sulle lotte dei decenni che seguirono, per l’esperienza di militanza e partecipazione di una generazione intera, e per la storia e la democrazia italiana.

E poi la mia é solo una delle voci di quel brusio di fondo che non ha mai smesso di essere interferenza nella narrazione del capitalismo globale, in perenne crisi. Quelle voci, pop up indiscreto e anacronistico nella realtà attuale, sono una specie di Radio Genova, come direbbe ManuChao, radio che non ha mai smesso di trasmettere il suo segnale.

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