C’era un’epoca in cui il capo ti diceva che eravate una famiglia: mentiva, ovviamente, ma almeno ti parlava e potevi avere la minima soddisfazione di mandarlo a cagare.
Finita anche quell’epoca lì.
I mega layoff, licenziamenti di massa in cui le aziende ammettono, più o meno apertamente, di sostituire persone con AI, sono già una realtà. Meta, Cisco, Oracle. E secondo il Wall Street Journal, il fenomeno è in crescita anche in Europa, dove l’adozione dell’AI nelle imprese è passata dal 13,5% al 20% in un solo anno.
Il problema non è solo chi perde il lavoro, ma come. Quando a decidere è un sistema automatizzato, non c’è nessun responsabile: l’AI diventa una scatola nera comoda che taglia senza lasciare impronte. I sindacati europei lo dicono chiaramente: le aziende raramente ammettono il ruolo reale dell’intelligenza artificiale nelle loro ristrutturazioni.
E il primo effetto non è necessariamente un licenziamento diretto. Può essere la mancata assunzione di nuovi junior, un monitoraggio sempre più invasivo, obiettivi di produttività fissati da sistemi che non si possono contestare. Nei magazzini gli algoritmi scandiscono ogni movimento. Nei call center tracciano tono e velocità in tempo reale. L’EU-OSHA avverte che tutto questo si traduce in stress, ansia e aumento degli infortuni.
Se il 10-15% dei posti a rischio sparisse davvero, l’Europa perderebbe tra i cinque e i nove milioni di lavori, un impatto paragonabile alla crisi del 2008.
L’UE sta cercando di correre ai ripari con l’AI Act e la Direttiva sul lavoro tramite piattaforme.
La sensazione è che si stia tamponando un’emorragia con un cerotto.
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