Santiago del Cile, 10 settembre 1973. Il capitano Jorge Silva (N. Zárate) lavora, come capo istruttore, presso una base dell’aeronautica militare e in gioventù è stato un provetto paracadutista. La tensione nel Paese è sul punto di esplodere, non a caso il giorno dopo (l’11) arriverà il colpo di stato che rovescia il governo democraticamente eletto di Salvador Allende.

In poche ore, viene chiesto al capitano Silva di trovare uno spazio della base che possa fungere da prigione provvisoria e luogo dove trovano spazio torture e violenze, subito ribattezzato l’hangar rosso; in un secondo momento, Silva è costretto a condurre gli interrogatori degli oppositori politici. Infine, dovrà organizzare il trasporto di alcuni di essi verso lo stadio (altro luogo di detenzione e concentramento delle persone arrestate). E’ solo la premessa di una catena di sangue e delitti inauditi, che insanguineranno il Cile per oltre quindici anni.

Juan Pablo Sallato esordisce nel lungometraggio di finzione (dopo documentari e altri lavori), seppur ispirandosi a una storia vera (le didascalie finali raccontano i fatti successivi della vita di Jorge Silva), che è stata sceneggiata da Luis Emilio Guzmán.

E’ il ritratto di un uomo e militare, che vive il conflitto morale interiore tra l’obbedienza ai suoi doveri e ai suoi superiori, e cosa rispondere alla propria coscienza di fronte a ordini che diventano crimini. Silva è interpretato magistralmente da Nicolás Zárate, che recita più con i silenzi, gli sguardi, la tensione del viso e delle spalle (tante inquadrature che lo seguono), che con le parole.

Girato in bianco e nero, presentato all’ultimo Festival di Berlino, è un film dalla narrazione asciutta e serrata (circa 80 minuti in tutto!), da non perdere assolutamente!

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