C’è una cosa che nessuno nella Silicon Valley ha voglia di ammettere: i modelli, per ora, non ci sono ancora. E a dirlo non è un luddista da tastiera, ma uno che l’intelligenza artificiale l’ha costruita con le sue mani.

Andrej Karpathy, uno dei nomi fondativi di OpenAI, poi passato da Tesla ad Anthropic, intervistato dal podcaster Dwarkesh Patel, l’ha buttata giù così: “L’industria sta facendo finta che questa roba sia straordinaria. Non lo è. È slop”.

Quando uno come lui cambia lavoro non se ne accorgono solo parenti e colleghi: se ne accorge internet. Il tweet dell’annuncio del suo passaggio ad Anthropic ha raccolto 29 milioni di visualizzazioni. Non ha ancora 40 anni ma ha già coniato l’espressione “Vibe Coding” e costruito mezzo curriculum dell’AI moderna. Se uno così frena sull’entusiasmo, forse vale la pena ascoltarlo prima di continuare a scrollare.

Non siamo così avanti come ci raccontano

“Non so cosa stia succedendo, forse stanno solo cercando di raccogliere fondi. Ma i modelli non sono ancora dove dovrebbero essere”.

Il 2027 doveva essere l’anno degli agenti AI. Karpathy corregge il tiro: sarà il decennio degli agenti, non l’anno. Ci risiamo con l’illusione della curva lineare: pensavamo lo stesso della guida autonoma vent’anni fa, e oggi le Waymo girano ancora su tracciati recintati mentre le Tesla hanno sempre bisogno di un umano sveglio al volante.

Arrivare al 90% di un’idea è facile. È l’ultimo 10% quello che ti frega, e nessuno ti garantisce che arrivi mai.

In pratica: se stai rimandando una decisione perché “tanto l’AI lo risolverà tra un po’”, smettila. Costruisci con quello che hai oggi. I comunicati stampa non sono un piano editoriale.

Rain Man, non un collega

Secondo Karpathy gli LLM somigliano al personaggio di Dustin Hoffman in Rain Man: una memoria sterminata, un ragionamento pieno di buchi. Chiedete a un chatbot se conviene andare a piedi o in auto a un autolavaggio a cinquanta metri: i modelli più avanzati vi diranno di andarci a piedi, perché “è vicino”. Ecco la sua intelligenza frastagliata: brillante dove i dati di training sono densi, goffa un metro più in là.

E qui arriva la metafora che gli è valsa mezzo internet: quando costruiamo con l’AI “non stiamo allevando animali, stiamo evocando spettri”. Non funziona per addestramento comportamentale, funziona per imitazione. Non capisce, recita. È un fantasma condannato a imitare i pensieri umani senza mai comprenderli davvero.

Chi resterà senza lavoro (e chi no)

Chiedete a un chatbot una battuta divertente: userà sempre le stesse tre. Addestrare i modelli sui dati generati da altri modelli li fa collassare su se stessi, perché mancano di rumore, di varietà, di quello scarto imprevedibile che rende un bambino più interessante di un adulto quando risponde a una domanda. Crescendo diventiamo prevedibili anche noi umani, è solo che l’AI parte già da lì.

Quello che resterà umano è tutto ciò che non si può verificare: il gusto, la direzione, il criterio quando non esiste una risposta oggettivamente giusta. Tutto il resto, matematica, codice, task in ambienti chiusi, secondo Karpathy verrà automatizzato, prima o poi. Il compito umano si sposta verso l’alto: non più eseguire, ma rispondere del risultato.

Il quadro completo

A completare il ritratto ci pensa Benedict Evans, che ogni sei mesi pubblica la sua analisi sullo stato dell’AI: negli Stati Uniti poco più del 10% degli adulti la usa ogni giorno. Per tutti gli altri resta una cosa saltuaria, settimanale al massimo.

E poi c’è il tormentone che sentiamo ripetere a ogni salto tecnologico, “non è mai successo niente del genere nella storia”, che in realtà torna identico da un secolo buono. Negli anni ’50 IBM pubblicizzava il suo primo mainframe garantendo la potenza di “150 ingegneri”. Oggi parliamo di stagisti infiniti. Cambia il costume, non la retorica.

Tolta la patina, le demo, le promesse, le slide sul futuro del lavoro, resta uno strumento incompleto, utile in certi ambiti, lontano dal sostituirci davvero. Ed è ancora Karpathy a lasciarci la frase da appuntare su un post-it accanto al laptop:

“Puoi esternalizzare il pensiero. Non la comprensione.”

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