Ci sono pochissimi fumetti capaci di strapparti la pelle di dosso, di entrarti sottopelle e ridefinire i confini di quello che consideri “immaginario collettivo”. Se siamo generosi, ne contiamo un paio per generazione. Opere monolitiche che non si limitano a occupare uno scaffale, ma che creano un prima e un dopo. Pensiamo a Maus, a Watchmen. E poi pensiamo a Persepolis.

La notizia della scomparsa di Marjane Satrapi, a soli 56 anni, colpisce con la stessa durezza delle sue linee in bianco e nero. Ma la verità, quella che si legge tra le righe di una biografia che sembra un romanzo di formazione e resistenza, è che Marjane non era solo un’autrice. Era una che ha passato l’esistenza intera a fare a pugni con i dogmi, con la tirannia, con la pretesa di un mondo che voleva vederla sbiadita, sottomessa, invisibile.

Invece lei ha scelto il contrasto netto. Occhi enormi sgranati sul mondo, campiture nere impenetrabili, bianchi che accecano. Prima di Persepolis, Satrapi illustrava libri per l’infanzia. Il fumetto è arrivato come una necessità terapeutica ed eversiva, l’unico linguaggio possibile per mettersi a nudo, per spogliarsi di fronte a sconosciuti e dire: questa sono io, questo è il mio dolore, questa è la mia terra.

Persepolis è diventato un manifesto generazionale, un cult transmediale capace di conquistare anche il cinema, ma la sua genesi rimane puramente intima. È il racconto dell’Iran, quello della rivoluzione, delle bombe, della fame, ma visto attraverso gli occhi di una ragazzina che diventa donna mentre tutto ciò che ama va in pezzi. È la storia di un dualismo lacerante: la fuga in Europa, l’impatto con un Occidente ipocrita, fatto di grigi sfumati, di burocrazia dei sentimenti e di un “perbenismo” che pesa quasi quanto l’estremismo da cui scappava.

La stampa francese (paese dove viveva, a Parigi) ha riportato una nota della famiglia che spezza il cuore: Marjane è morta di tristezza. Di crepacuore. Un anno fa aveva perso il marito, Mattias Ripa, e da quel momento il vuoto deve essere diventato troppo grande, persino per una combattente come lei.

Perché la Satrapi era una che non scendeva a patti. Aveva rifiutato la Legione d’Onore, la massima onorificenza francese, rispedendola al mittente con parole che oggi suonano come un testamento politico e punk: Mentre ai giovani iraniani che amano la libertà viene negato il visto, i figli degli oligarchi del regime passeggiano indisturbati a Parigi e a Saint-Tropez. Nessun compromesso con i governi che stringono mani insanguinate.

Cosa ci resta oggi ora che anche l’ultima tavola è stata disegnata? Ci resta la sua voce, roca e sincera. Ci resta la brutalità dei corpi che cambiano, la fame di vita che supera la paura delle bombe, lo shock della scoperta di sé in un mondo claustrofobico. Ci resta quel segno grafico indelebile, quel contrasto totale che non sbiadirà mai, capace di ricordarci che l’arte, quando è vera, non è mai intrattenimento.

È sempre, visceralmente, un atto politico. E quindi d’amore.

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