Zummone è in Albania per un viaggio organizzato da Libera: nei prossimi giorni scriverà il suo diario di viaggio.


Ultimo giorno

Questa mattina abbiamo incontrato l’associazione Quëndrese Quitetare, che si occupa di contrasto alla corruzione e promozione della trasparenza, attraverso attività di animazione, comunicazione, improvvisazioni teatrali.

Queste modalità di lavoro e di denuncia ci ha colpito per la loro originalità e ci hanno persuaso che possa essere un modo efficace, di raggiungere persone di ogni età ed estrazione culturale.

Hanno inoltre fatto una mappa delle istituzioni (politiche, culturali, nazionali o sovranazionali) e la fiducia della cittadinanza nelle stesse, evidenziando quanto i primi posti del sondaggio siano occupati da soggetti stranieri e non albanesi.

Parlando di corruzione, ci hanno raccontato di come sia uscita la notizia che il rettore dell’università di Tirana avesse copiato la sua tesi: questo a riprova della perversità del fenomeno corruttivo anche nel contesto accademico.

Questa realtà ha scelto di supportare la Flamingo Revolution e, in questo senso, ci hanno raccontato tutta la genesi di questo movimento e la sua evoluzione, non nascondendo le contraddizioni insite a questo fenomeno. Non a caso, quando siamo stati in piazza qualche sera fa, abbiamo notato la presenza di nazionalisti destroidi e soggetti con sensibilità culturali decisamente opposte.

Dopo pranzo abbiamo incontrato l’Ong “Albanian for Palestine”, che lavora a tutela delle donne e dei loro diritti. Con Lora, che gestisce un ostello (dove ci hanno ospitato durante la chiacchierata) e lavora e porta avanti l’impegno dell’Ong, abbiamo parlato di tratta delle donne e prostituzione, ma anche di quanto la società albanese sia ancora imbevuta di pregiudizi patriarcali, anche negli apparati di sicurezza e nella magistratura: cioè proprio in quegli ambiti, che dovrebbero tutelare e aiutare le donne vittime di violenza e sfruttamento.

Sempre all’ostello, abbiamo parlato con Fioralba dell’associazione “Italianə senza cittadinanza”, ragionando sul tema dei migranti e dell’accoglienza: siamo partiti dall’Albania a cavallo del crollo del regime (l’episodio emblematico è quello della nave Vlora che arriva al porto di Bari l’8 agosto 1991), per affrontare il modo in cui si è evoluta la questione, fino ai giorni nostri, con l’accordo tra Rama e Meloni, di cui ho già parlato in più occasioni, non solo quando siamo stati a Gjader.

È tempo di recuperare i bagagli e avviarsi verso l’aeroporto. Adesso posso dirlo -me lo concederanno i miei compagn* di avventura!- : avevo le mie preoccupazioni ad affrontare questo viaggio. Una comitiva così numerosa (per lo più composta da ragazzi e ragazze con 20 anni meno di me), per una settimana abbondante, in un paese straniero. Un cocktail potenzialmente mortale!


Ora posso dire che esperienza stupenda sia stata e come non rinneghi alcun minuto di fatica o le poche ore di sonno. Il valzer degli arrivederci, per parafrasare Milan Kundera, è cominciato all’aeroporto di Tirana, salutando Peppe che torna a Roma, il resto del gruppo vola su Torino.

A Caselle è tutto molto rapido: siamo stanchi, qualcuno ci aspetta, forse c’è dell’imbarazzo. Qualche abbraccio, tanti sguardi, mani che si toccano. Troveremo il modo di salutarci e ritrovarci come si deve. Per adesso va bene così.

A presto.

Giorno sette

Questa mattina siamo attesi presso l’Agenzia albanese per i beni confiscati, a Tirana. Ci riceve la direttrice, insieme ad altri cinque tra collaboratori e addetti ai lavori. L’atmosfera, nonostante il contesto formale, è da subito cordiale e distesa.

Ascoltiamo per prima cosa il sunto del loro lavoro, che ci viene presentato a voce e con molte slide. Ci vengono raccontati i numeri complessivi dell’impegno dell’Agenzia, i punti di forza, i risultati ottenuti. Colpisce quante similitudini ci siano col lavoro che Libera svolge in Italia: a loro detta, la normativa albanese per il riutilizzo sociale dei beni confiscati, ricalca per il 90% quella italiana.

Tra i progetti di reimpiego dei beni sottratti alla criminalità organizzata, ce ne sono alcuni rivolti a donne e bambini vittime di violenza, alla cura e l’accoglienza di cani e gatti abbandonati, alla valorizzazione e promozione delle discipline artistiche.

Inoltre c’è un lavoro sui beni mobili che vengono sequestrati: automobili e orologi di lusso, denaro contante, bitcoin, ma anche strumentazione di vario tipo. In questi casi si cerca di rivendere i beni in questione, o comunque di trovarne un nuovo utilizzo che sia utile per la collettività.

Poi è la nostra volta. Peppe illustra le principali attività di Libera, citando il 21 marzo e la memoria delle vittime innocenti, la legge 109 sul riuso sociale dei beni (in questo 2026 ha compiuto 30 anni) e i campi estivi dei giovani sui beni confiscati, il lavoro di formazione e sensibilizzazione nelle scuole, le reti associative che Libera ha creato in Europa, Africa, Sud America.

Sofia e Lucia, invece, raccontano il senso del nostro viaggio, a partire dalla storia di Hyso Telharaj e dall’incontro con le sue sorelle di qualche giorno fa. I nostri ospiti sembrano sinceramente colpiti e interessati dal nostro discorso e si crea un bel dialogo, che speriamo cementi le basi di un rapporto che avrà esiti in futuro.

Ci spostiamo, con un tempo di percorrenza molto lungo e vari cambi (con tanto di verifica del biglietto da parte dei controllori), a Elbasan a sud di Tirana, dove ci attende Saimir, che abbiamo conosciuto questa mattina durante l’incontro in Agenzia. Con una disponibilità meravigliosa ci accompagna in giro per la città, fino al bene confiscato che è gestito dall’associazione Jocelyn Foundation. Il bene apparteneva ad esponenti della criminalità organizzata, che ufficialmente lo utilizzano come bar.

Saimir ci racconta di come avesse sempre saputo che nel momento in cui fosse diventato padre, chiamato la figlia Jocelyn. Quando sua moglie era incinta, diede vita alla Fondazione, per poi arrivare alla conclusione (insieme alla moglie) che se il suo lavoro voleva essere occasione di cura e accoglienza per le persone, bisognava cominciare dalla propria famiglia. Quindi scelse di chiamare la figlia Jocelyn.

Il bene confiscato è un laboratorio di tessitura in cui vengono prodotti tappeti di ogni tipo, centrini, cuscini, stuoie e scendiletto. Ci hanno lavorato decine di donne (attualmente 6) che arrivano da violenze e abusi domestici. Inutile dire come questa sia un’occasione per sognare e trovare una nuova vita, fuggendo da un passato orribile.

In ostello ci prendiamo un momento per l’ultima condivisione, domani si tornerà in Italia. Siamo partiti da una foto ciascuno, pescata da un drive segreto: un’archivio degno di quello di Andreotti che sarà reso pubblico solo nel 2075. Va bene, torno serio…
È stata un’ora e mezza di cerchio umano, fatto di intimità, risate e anche commozione. Ma questo, perdonateci, resta privato.


Domani ultima puntata!

Giorno sei

Gjadër è un villaggio che appartiene alla frazione di Dajç, nel comune di Alessio, nel nord dell’Albania. Nel 1974, per volere di Enver Hohxa, fu costruita una delle basi militari più importanti dei Balcani, per difendere il Paese, dall’ipotetico attacco della Yugoslavia titina.

Negli ultimi tre anni, dopo un accordo tra Italia e Albania, il nostro Governo ha finanziato la costruzione dell’11simo Centro di Permanenza e Rimpatrio (gli altri 10 sono in Italia, di cui uno a Torino), lanciando grandi proclami e promettendo, con questa mossa, la soluzione della questione migratoria.

Pensate a un panorama di campagna, con poche case e le colline marroni sullo sfondo, vegetazione molto presente. Oltre a ciò, villette col giardino, alberi da frutto, ulivi, pergolati da cui pendono grappoli d’uva, muri di cinta ora più alti, ora meno, siepi rigogliose, edifici più curati e altri che necessiterebbero manutenzione.

Passiamo in mezzo alle case e le persone (poche) ci notano, panni stesi su fili nei giardini ad asciugare, una nonnina con il viso segnato dagli anni e un paio di stivali ai piedi, che colpisce una lattina vuota di bibita con un bastone. Passa qualche trattore, una tizia che porta un gregge di pecore al pascolo ci saluta, anche qua le auto di grossa cilindrata non mancano.

Forse pensavo che il Cpr fosse in mezzo al nulla e mi stupisco della presenza dell’uomo. Con le dovute proporzioni ho pensato al film “La zona di interesse”: questo Cpr sarà pur quasi inutilizzato, ma ai suoi margini (quelli dell’abisso) esiste un’umanità, indifferente o incurante, o forse ancora incapace di opporsi a questo mostro di luogo. C’è vita, insomma, non intorno alla morte, ma intorno alla deprivazione affettiva degli uomini.

Forse tutti noi avevamo un’idea diversa, per quello che avevamo immaginato (e questo la dice lunga delle poche informazioni che filtrano in Italia), ma quando arriviamo a una distanza ravvicinata si apre un lungo dibattito (a ciglio strada!), per decidere il da farsi, analizzare i rischi, prevedere le reazioni.
Non che si sia mai voluto portate avanti chissà quale piano sovversivo o illegale, ma come sempre un conto è la teoria e un conto è la realtà. Credo che sia stata una discussione onesta e profonda, molto importante, di cui sono grato a tutti e tutte.

Alla fine si decide di avvicinarsi alla struttura insieme e lentamente. Sono poche centinaia di metri, da lontano si scorgono le bandiere (albanese, italiana ed europea!!) e il muro metallico, molto alto, oltre cui è impossibile vedere. Prima del cancello di ingresso, lungo uno dei lati del perimetro del Cpr, alcuni container della polizia albanese (in precedenza abbiamo visto passare lungo le strade camionette di Polizia italiana e di Carabinieri).

Gli agenti ci squadrano, noi seguiamo la strada che curva e passiamo poco oltre. Quattro di noi si fermano a interloquire con loro, chiedendo se possiamo stare lì. Ci dicono di allontanarci un po’, ripetono più volte di non fare fotografie, nè salire sulla collina alle spalle del Centro. Ci collochiamo in uno spiazzo a qualche decina di metri dal cancello e riflettiamo individualmente per alcune decine di minuti, sulla scena che abbiamo appena vissuto.

Quando ripassiamo davanti al Cpr per tornare indietro, gli agenti ci indicano di andare via con malcelata ostilità. Facciamo alcune decine di metri, srotoliamo gli striscioni che abbiamo portato e facciamo alcune foto, con la struttura sullo sfondo. I poliziotti ci osservano da lontano, qualcuno ci ha filmato mentre passavamo davanti le loro postazioni, ma la cosa non ci ha turbato.

Ci prendiamo il tempo di una condivisione delle nostre emozioni, che comincia ai tavolini di un bar e prosegue sul nostro pulmino, probabilmente nemmeno definitiva: rifletteremo ancora a lungo, ne sono certo, sull’esperienza di questa giornata. Per oggi, credo, non c’è altro da aggiungere. 

Ps: per approfondire la questione dei Cpr, in particolare quello di Gjadër, rimando alla lettura del libro di Luca Rondi“Frontiera Albania. Come la deportazione si è fatta “modello”. E chi ci guadagna”.

Giorno cinque

Viaggio verso Tirana, che dura poco più di un paio d’ore. L’autista del nostro pulmino ha una playlist che include Celentano, Mina, Antonacci, Morandi, Ricchi e Poveri, Zucchero e ovviamente Toto Cutugno. È la nostra colonna sonora mentre percorriamo strade statali e autostrada.

Dopo la sistemazione in ostello, tanti di noi si concedono una pausa in una lavanderia a gettoni, per il bucato di un po’ di vestiario (siamo pur sempre a metà della carovana). Alla fine, l’operazione cui partecipo io dura 1 h e mezza, in mezzo a colori blu dell’arredamento di questo stanzino, luce al neon e una conversazione a cinque, con qualche bibita a contorno, in attesa del lavaggio e poi il passaggio in asciugatrice. Pieghiamo tutti i capi e ce ne andiamo soddisfatti. Fosse stata notte, poteva sembrare una scena di un film di Sorrentino.

Tappa pomeridiana alla “Casa delle foglie”, un edificio su due piani e in mezzo alle piante (anche rampicanti), che oggi ospita il Museo della Sorveglianza Segreta, ma che negli anni del regime era la centrale operativa della polizia segreta, la Sigurimi.

Quasi sessant’anni di dittatura comunista, principalmente sotto Enver Hohxa, rappresentarono plasticamente un’ossessione paranoica per il nemico, esterno e interno. Per quest’ultimo si era messa in piedi una rete di spie, informatori, un sistema di intercettazioni e controlli micidiali, incarcerazioni, torture, processi sommari e condanne a morte.

Come sempre quando penso a queste vicende, penso a quel magnifico film che è “Le vite degli altri” (2006), Oscar per il miglior film straniero, che racconta alcune vicende ambientate negli anni della Stasi nella Germania dell’Est.

In piazza Scanderbeg (l’eroe nazionale albanese) si raduna da quattro mesi una manifestazione di protesta contro il governo, che prende il nome di “Flamingo Revolution”(Revolucioni i Flamingove), nata dall’opposione a un progetto di speculazione edilizia: in un’area protetta, la Laguna di Narta, è previsto un grande progetto turistico legato a Jared Kushner, genero di Donald Trump. Il simbolo della protesta è un fenicottero rosa, non a caso se ne vedono di gonfiabili a materassino tra i partecipanti che li portano con sè.

Anche questa sera dalla piazza di concentramento, il corteo si sposta verso la sede del Parlamento, dove viene allestito un mini palco, su cui si alternano molti interventi.
I toni al microfono sono molto accesi, la polizia osserva la scena, non sembra debba succedere nulla di pericoloso, ma la sensazione che trasmette il contesto, pur non capendo noi una parola, non è molto positiva: uno dei tizi sul palco sbraita e gesticola, con una bandierina americana all’occhiello.

Ci allontaniamo e facciamo una chiacchiera con un esponenente del partito “Moving togheter”, formazione di sinistra (comunque all’opposizione) che esprime un seggio in Parlamento: questo ragazzo ha saltato solo 15 manifestazioni su 122, ma c’è grande stanchezza, dopo tutti questi mesi di mobilitazione.

Ci racconta della grande frustrazione tra i cittadini, a fronte di un governo che ha aperto alla speculazione edilizia, mentre c’è in corso una crisi economica spaventosa. Moving togheter ha protestato anche per gli accordi tra Italia e Albania sui migranti, ma smetterà di protestare quando Edi Rama si dimetterà e ci saranno nuove elezioni, convinti però che fino ad oggi le consultazioni elettorali non siano state del tutto libere.

Andiamo via, con la sensazione di aver compreso poco, ma del resto siamo stranieri e le informazioni che filtrano in Italia, come altrove, non possono essere prese per oro colato.

Cerchiamo un posto dove cenare, finiamo in un locale con un giardino interno, il clima è piacevole, il cibo ottimo, l’umore è alto: possiamo ritenerci soddisfatti, in questo giorno di trasferimenti. Domani si va a Gjader, dove c’è il Cpr che ha voluto il nostro Governo.

Vediamo che succede.

Giorno quattro

Arriviamo alla comunità Don Murialdo (altro pezzetto di Italia qui!) poco prima delle 10. Ci aspettano diverse persone della cooperativa e dell’associazione Engim. È un centro di formazione professionale e doposcuola, attività sportive e ricreative. A spiegarci le iniziative c’è Elvi, educatore, accompagnato da Valbona, che insegna italiano e fa da interprete all’incontro, e alcuni studenti e studentesse di corsi diversi.

Il centro è attivo dal 1996 e ha accompagnato alla formazione oltre 7mila studenti, lavorando con bambini disabili, donne vittime di violenza familiare, minori che hanno violato la legge. La struttura è molto grande, corredata da campi sportivi all’aperto e un oratorio dove si organizzano moltissime attività gratuite; visitiamo le aule, i laboratori di meccanica ed elettrotecnica, accompagnati da Elvi e altri docenti e studenti.

Ci viene raccontato anche del bene confiscato che gestiscono, una struttura che si chiama “Kebuono”, dove si organizzano corsi di pasticceria e cucina, soprattutto per i giovani che non possono permettersi un corso a pagamento e per donne vittime di violenza domestica. La proprietà è appartenuta in passato a un broker della cocaina, legato a organizzazioni criminali e operante tra Albania, Italia e altri paesi.

Ci spostiamo poi verso una scuola con cui l’associazione Engim collabora. In Italia diremmo che è un istituto comprensivo, perchè raccoglie studenti dai 6 ai 15 anni. La particolarità è la forte presenza di studenti rom, al momento una settantina su 183 complessivi. Questo progetto di integrazione va avanti da oltre quindici anni e sta funzionando efficacemente, dopo una iniziale ritrosia da parte delle famiglie rom. Bambine e bambini sono stati avvisati del nostro arrivo, ci salutano festosi, ci corrono incontro, urlano parole in albanese e inglese.

La direttrice ci accoglie, veniamo introdotti in alcune classi: c’è un misto di emozione, imbarazzo, curiosità, timidezza nei piccoli studenti dietro i banchi. Lo si vede da dove puntano gli sguardi, da chi parla o resta zitta, da chi sorride o ci osserva da lontano, da chi si sbraccia per salutarci e chi comunque disegna o scrive su un quaderno. Le aule sono molto colorate, con cartelloni, ma anche disegni alle pareti che studenti e studentesse, insieme alle loro insegnanti, hanno contribuito a realizzare.

Al ritorno al Don Murialdo, troviamo ad aspettarci Polikseni e la sorella Susana, con i rispettivi mariti. Le due donne sono le sorelle di Hyso Telharaj, giovane albanese ucciso dalla mafia dei caporali, in Puglia, nel 1999. Alla sua memoria è dedicato il presidio di Libera dell’Università di Torino, che ha organizzato questo viaggio e che è massimamente presente in questi giorni.

Erano parecchi anni che c’era il desiderio di organizzare un incontro con questa famiglia: del resto tutto questo è la quintessenza di Libera, il connubio tra memoria e impegno, la relazione con i parenti delle vittime di mafia, il confronto e la condivisione.

Non è possibile riassumere quello che è stato detto nell’incontro che è avvenuto dopo pranzo, ma la storia di Hyso la trovate qui. Però credo che tutti noi abbiamo ascoltato in assoluto raccoglimento le parole di Polikseni pesate con lentezza e sofferenza, entrando in punta di piedi in un dolore privato, davanti alle sue pause composte, gli occhi spesso bassi e a volte chiusi, il silenzio di Susana, la dignità di un ricordo e di un racconto che non si possono uccidere. Tanti occhi lucidi e -scusate non è una bestemmia, solo una carezza affettuosa- qualche risata, quando abbiamo guardato insieme vecchie foto della famiglia Telharaj: come capita sempre in queste occasioni, come se fosse tornato un amico o un parente da un viaggio lungo e lontano. Riconoscendo qualcuno in uno scatto, magari a distanza di decenni, non si può trattenere “un sorriso dentro al pianto”.

Nel pomeriggio ci prendiamo un momento solo nostro, in cerchio nel prato del Don Murialdo, per provare a condividere “un’impronta” che ci portiamo dietro da questi giorni insieme. Escono fuori tante cose, molte quasi identiche: pensieri, concetti e immagini si ripetono e legano insieme. E’ la conferma, per quanto mi riguarda, di cosa ho scritto negli scorsi giorni e qui non ripeto. Dico soltanto che è stato bello aprirsi così, con sincerità e gentilezza, l’uno di fronte alle altre.

A sera Poliskeni e suo marito ci hanno invitato a mangiare, in un locale praticamente tenuto aperto solo per noi. La cena è luculliana, degna di un matrimonio di quelli numerosi: ma a tavola siamo appena 21! Ad ogni modo, cerchiamo di far onore al desinare e per fortuna mi accompagno a 16 poco più che adolescenti dall’appetito feroce. Alla fine del pasto, qualcuno prova a convincere Polikseni che si possa noi pagare la cena, ma non c’è verso, sarebbe offensivo. E’ la cultura dell’accoglienza albanese, sacra!, ed ero certo che sarebbe finita così. Speriamo di poter ricambiare quanto prima, in Italia.

Rincasiamo in ostello, che non è molto tardi, c’è ancora spazio per l’euforia e le risate, i giochi e le chiacchiere, che rubano ore alla notte. E’ stata una giornata intensa, chissà quanto ci metteremo a metabolizzarla fino in fondo.

Domani si parte alla volta di Tirana, la capitale.

Giorno tre [intermezzo]

È domenica ed è un giorno di viaggio e poco altro. Per questa ragione, parafrasando Paolo Conte o se preferite Daniele Silvestri, andiamo “una mattina al mare, tanto per non morire…” e poi si lascia Durazzo nel primo pomeriggio.

Arriviamo a Valona, poco prima delle 17, il nuovo ostello che sarà nostra dimora è splendido e Niko che ci accoglie è gentilissimo. Il valore dell’accoglienza è fondamentale nel mondo del sociale, ma direi con una banalità, anche nella vita. Almeno perchè chi crede a una certa idea di mondo.

Faccio alcune considerazioni, visto che per oggi c’è poco da raccontare di pratico, ma forse serve lo stesso condividerle. Perdonate se scomodo la sociologia o la psicologia di “Nonna Papera”. 

Siamo 18 persone e non passiamo inosservati, soprattutto quando vogliono venderci stupefacenti (è successo!) Abbiamo un range di età che abbraccia più di vent’anni e questo vuole dire altrettante personalità, sensibilità, visioni del mondo; ma denota anche che non è scontato stare insieme, a maggior ragione in un paese straniero. Significa ingorgare le discussioni su un gruppo whatsapp creato ad hoc, talvolta seriamente e talvolta solo per il gusto del cazzeggio.

Spesso e volentieri ci muoviamo a piedi con lentezza, perchè qualcuno si ferma per una ragione, fa una foto, guarda un monumento e quindi ci si sparpaglia. Spesso e volentieri ci fermiamo perchè non è chiara la direzione in cui si sta andando, ovviamente nei tempi morti. E allora bisogna portare pazienza, perchè non c’è un leader assoluto che decide per tutto il gruppo. L’unanimità è una pallida utopia, ma provare ad essere democratici ed ascoltare tutti e tutte è comunque difficile, come lasciare a ciascuno i propri spazi di isolamento, per quanto possibile.

Ah, è ovviamente si dorme poco, in questo viaggio. Era altamente prevedibile prima di partire, che non dovrei nemmeno dirlo adesso. Ed era prevedibile sapere che a 20 anni lo patisci meno, a 40 ti senti un pugile suonato.

Io mi auguro che questa carovana ci faccia tornare a casa con maggiore voglia di impegnarci, di stare insieme, di prenderci cura le une degli altri. Sarà poco, ma in un tempo come quello che viviamo, di muri alzati più che di ponti costruiti, di pugni in faccia più che di mani tese, ai miei occhi suona quasi eretico. E sono fiero di essere parte di questa esperienza, oltre che di questi ragazz*. 

Questo e altro pensavo mentre eravamo a spasso per Valona nel pomeriggio.

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.”
John Steinbeck

Giorno due

Un limpida e soleggiata mattina di fine settembre ci accoglie, in quel di Durazzo. Il programma prevede di incontrare l’associazione Qendra Durresi Aktiv, che gestisce un bene confiscato, all’ultimo piano di una palazzina che si affaccia sul mare: si tratta di un appartamento che è stato confiscato all’ex procuratore generale dell’Albania, ora esule a Roma, per un caso di corruzione. Niente male come episodio di illegalità!

Ad accoglierci, in maniera squisita, ci sono Klaudio e Livia, che raccontano il lavoro della loro realtà: un luogo trasformato in una occasione di accoglienza artistica, oltre che sensibilizzazione e militanza. Sì, perchè lì dentro, negli ultimi tre anni, si sono organizzati corsi di pittura (le pareti sono piene di quadri bellissimi), rivolti a giovani e non, si sono promosse attività di scrittori, cantanti, attori e attrici. 

Questo incontro è anche l’occasione per parlare di beni confiscati in Albania: qui non esiste una realtà con l’esperienza trentennale di Libera e i beni vengono assegnati solo per cinque anni, che possono essere rinnovati. Ci sono inoltre problemi legati ai costi di ristrutturazione: non c’è una legge che li preveda, essi sono a carico delle realtà associative che prendono in gestione il bene… che spesso può essere stato devastato, come fu per l’appartamento in questione: vi ricorda niente questo “film”?

Parliamo ancora di criminalità organizzata albanese, lotte di potere tra clan esplose dopo il collasso della dittatura comunista tra il 1991 e 1992, dei decenni passati: l’Albania fu il primo paese al mondo a dichiararsi ateo nel 1967. A questo proposito consiglio caldamente la lettura del libro “Libera – diventare grandi alla fine della storia”, di Lea Ypi, docente e filosofa albanese, che insegna a Londra. 

Oggi i criminali albanesi fanno principalmente da corrieri per la ndrangheta, nel traffico di stupefacenti. Anche questo dato dovrebbe farci riflettere, qualora ce ne fosse ancora bisogno, su come le mafie si siano globalizzate nel tempo che viviamo.

Nel pomeriggio Klaudio ci fa ancora da cicerone per le vie del centro storico: c’è una mescolanza di stili e contraddizioni che è evidente. L’architettura risente di influenze comuniste e fasciste, a pochi metri una dall’altra si possono trovare la Moschea, la Cattedrale Cattolica e quella Ortodossa. Angoli di degrado e immondizia sono separati da sparuti passi da installazioni eccentriche e ipermoderne. 

Anche qui, purtroppo, l’ombra del riciclaggio di denaro è palese: costruzioni edilizie senza vincoli e controlli hanno dato slancio al turismo e agli investimenti, ma anche permesso di ripulire denaro sporco di origine criminale.

Per oggi abbiamo visto molto, la prossima tappa sarà Vlore (Valona). Ci sentiamo presto!

Ps: le foto, è doveroso citarlo, sono di Nicola Bonanno, uno dei ragazzi che partecipa al viaggio.

A domani!

Giorno uno

Cani, spesso randagi, che ti seguono ovunque, auto di grossa cilindrata e una certa guida disinvolta dei veicoli a motore, pochissimi semafori lungo strade con insegne accecanti, che si alternano ad angoli bui e piuttosto fatiscenti, molte persone che incontriamo parlano o capiscono l’italiano.


Il lungomare di Durazzo potrebbe ricordare la Romagna: lettini con ombrelloni, qualcuno che fa jogging sulla spiaggia, un coraggioso che fa sup nonostante la temperatura delle 8 del mattino; alberghi e ristoranti espongono cartelli di menù per turisti e hanno nomi appariscenti.


Questo collage di immagini non fa di certo giustizia alla complessità, ma è il primo impatto con l’Albania, mia prima volta nella vita. Sono al seguito di 16 ragazzi e ragazze del Piemonte (Torino, Vco, Novara), più un ragazzo di Roma: una allegra, colorata ed eterogenea comitiva, arriviamo tutti dal mondo di Libera contro le mafie.


In Albania incontreremo realtà del mondo del sociale, associazioni e andremo a Gjader davanti al Cpr che ha voluto la nostra Premier. Sarà una settimana intensa e qui comincia un piccolo diario di viaggio, sicuramente arbitrario e parziale, per annotare qualche impressione.

State con noi, abbiamo cose da raccontarvi.

Continua prossimamente…

[Questo pezzo è AI free]

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