Sveglia alle 6:30, poi alle 7:15 si entra in metropolitana per un viaggio di un’ora e mezza. Segue una giornata in ufficio dalla durata indefinita, e infine di nuovo metro per tornare a casa, dove tutto si conclude oltre le 23 con un pasto veloce comprato al convenience store. Il giorno dopo si ripete identico, e quello dopo ancora, una routine ciclica, senza variazioni.
Negli ultimi mesi, su YouTube hanno riscosso grande successo i vlog di alcuni impiegati giapponesi girati a Tokyo, capaci di accumulare milioni di visualizzazioni. Raccontano la quotidianità del cosiddetto salaryman, figura simbolo del boom economico giapponese, il classico lavoratore d’ufficio, spesso legato alla stessa azienda per tutta la vita, diventato un archetipo sociale nel dopoguerra.
Oggi però questa immagine si sta incrinando, insieme alla promessa implicita che la sosteneva, stabilità economica in cambio di lealtà all’azienda. Tra stagnazione, inflazione e salari fermi, il mercato del lavoro è diventato più incerto e il percorso professionale molto meno lineare rispetto al passato.
Anche grazie ai meccanismi dell’algoritmo, questi video stanno raggiungendo utenti in tutto il mondo. Ciò che mostrano va oltre la semplice perdita di potere d’acquisto, ritraggono giovani lavoratori sull’orlo della povertà, nonostante turni di oltre dieci ore. Se perdono l’ultimo treno, non possono permettersi un taxi e finiscono per dormire in ufficio, usando la giacca come coperta.
Si tratta di esistenze difficili, condensate in video di pochi minuti e spesso sottotitolate in inglese. I protagonisti parlano poco, raramente mostrano il volto, e riprendono ciò che vedono davanti a sé, come se la telecamera fosse fissa sul loro sguardo.
Lo spettatore finisce così per condividere il loro ritmo, cammina con loro, prende la metro, osserva il flusso continuo di persone nei tunnel di Tokyo. Una massa indistinta di completi eleganti e tacchi che si muove senza sosta, senza parole né emozioni apparenti, tutti sanno dove andare, ma non perché.
Uno dei video più emblematici di questo filone si intitola “Il prezzo del progresso, come appare Tokyo alle 8 del mattino”. L’immagine di copertina mostra un impiegato esausto e la scritta “late stage capitalism”, cioè la fase finale del capitalismo.
A prima vista, questi contenuti sembrano una denuncia spontanea dello sfruttamento lavorativo, raccontata dal punto di vista di giovani neoassunti. È naturale provare empatia per chi appare già disilluso e schiacciato dal sistema.
Ma osservando meglio, emergono incongruenze. Alcuni analisti hanno notato, ad esempio, percorsi casa-lavoro poco plausibili per chi vive davvero a Tokyo. Altri hanno verificato che certi uffici mostrati nei video sono in realtà spazi affittabili a ore.
Ne consegue che l’immagine del giovane impiegato impoverito e isolato potrebbe essere costruita ad arte. Più che una testimonianza autentica, si tratterebbe di una narrazione studiata.
In alcuni casi, veri e propri inganni. Questi canali generano entrate attraverso visualizzazioni, donazioni e merchandising. Nei video, lo stipendio viene mostrato e suddiviso tra spese, lasciando intendere che non resti nulla. Questo induce molti spettatori a inviare denaro per solidarietà.
Dietro le quinte quei contenuti potrebbero essere prodotti e rifiniti con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, più che frutto di una reale esperienza quotidiana.
Si potrebbe liquidare tutto come una delle tante truffe online. Tuttavia, resta una domanda, perché questi video funzionano così bene? Forse per identificazione, oppure perché offrono un confronto rassicurante, facendo apparire meno drammatica la propria situazione.
Non è un caso che siano in inglese, il pubblico di riferimento non è giapponese, che riconoscerebbe subito le incongruenze. Ad esempio, in Giappone mangiare fuori è accessibile, non un lusso come spesso viene rappresentato.
Questi creator non puntano a descrivere fedelmente la realtà sociale del paese, ma a usarlo come scenario di una distopia già realizzata. Il Giappone diventa così una sorta di laboratorio del futuro, uno specchio in cui l’Occidente proietta le proprie paure.
Ambienti di lavoro rigidi, tecnologia pervasiva, interazioni ridotte al minimo, tutto contribuisce a costruire l’immagine di un sistema efficiente ma disumanizzante.
Secondo alcune interpretazioni, il Giappone sarebbe semplicemente in anticipo di qualche decennio rispetto al resto del mondo lungo la traiettoria del capitalismo contemporaneo.
Negli anni ’80, si pensava potesse superare gli Stati Uniti come potenza economica globale. Aziende come Sony, Nintendo e Toyota dominavano il panorama tecnologico e culturale. Poi lo scoppio della bolla nel 1990 ha fermato quella crescita, inaugurando il cosiddetto ‘decennio perduto‘.
Con il venir meno del modello di lavoro stabile, sono emersi fenomeni come i freeter, giovani che vivono di occupazioni precarie. Un’anticipazione della gig economy attuale.
Anche i cambiamenti sociali sono significativi, aumento delle persone sole, calo demografico, rinuncia a matrimonio e figli. Pressioni economiche e lavorative spingono molti a rinunciare a tappe tradizionali della vita.
Fenomeni come gli hikikomori, isolamento sociale estremo, o il karoshi, morte per eccesso di lavoro, vengono spesso interpretati come segnali di un malessere destinato a diffondersi altrove.
Forse è proprio questo il motivo del successo di questi contenuti, trasformano l’ansia per il futuro in una narrazione ordinata, quasi estetica, che rende il problema distante e più facile da elaborare.
Nel frattempo, le crisi reali, più vicine e concrete, restano sullo sfondo. Una realtà in cui instabilità politica, conflitti e difficoltà economiche potrebbero far sembrare meno drammatica persino la vita idealizzata, e forse fittizia, di un impiegato esausto a Tokyo.
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