Spagna, 2026. Raul (R. Sbaraglia) è un regista e sceneggiatore alle prese con la scrittura di una storia autobiografica, ambientata nel 2004: Elsa (B. Lennie), alter-ego di Raul, dopo la morte della madre inizia a soffrire spesso di forti emicranie, che in realtà si rivelano attacchi di panico. La donna ha un fidanzato amorevole di nome Bonifacio, il quale è vigile del fuoco; ma anche un’amica di nome Patricia (V. Luengo) che è in crisi col marito, e Natalia (M. Smit), depressa per un lutto.

Allo stesso modo, nel presente, Raul ha un compagno amorevole di nome Santi e una collaboratrice che stima tanto in Monica (A. Sánchez-Gijón). E così, nell’arco della narrazione la realtà si mescola con la fantasia, in un gioco continuo di scatole cinesi e meta narrazioni.

Pedro Almodóvar ritorna a molti temi a lui congeniali: l’universo delle donne, il lutto, la morte, l’amore per il cinema, la frustrazione di invecchiare, il dolore e la malattia. Il tutto nella solita cornice di impeccabile eleganza, con un bel cast, principalmente al femminile.

Però cosa non funziona? La trama, che è esigua (e a tratti fin troppo verbosa). Gabriele Niola nel suo podcast dal Festival di Cannes (dove il film era in concorso) ha detto la storia è mediocre, anche se con un colpo di coda nel finale che è audace. Sono d’accordo sulla prima affermazione, meno sulla seconda. Insomma, non è il meglio di Almodóvar. Probabilmente lui si è divertito molto, l’ha anche pensato come un esercizio catartico (chiaramente Raul è a suo volta alter ego di Almodóvar stesso). Forse però un po’ troppo autoreferenziale, no?

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