Nel fango con una penna e una fotocamera

Questo post è stato scritto da Sara Sonnessa, amica e fotoreporter torinese che è andata a mettere i piedi nel fango della Romagna.

Grazie, Sara.


Naso e bocca sentono ancora la sabbia: sono passate diverse ore.

Sapevo che sarebbe stata un’esperienza incredibile. Quello che non immaginavo era quanto potesse coinvolgermi umanamente così. Tanto? Troppo? Normale? Importa? No. Ho ascoltato le loro storie, mi hanno donato le loro emozioni. Qualcuno mi ha anche insultata. “Cosa venite a fare? Cosa vuoi che ti dica. Tu ci puoi tornare a casa. Noi no. Siete buoni solo a far vedere i video dove cantiamo. Vieni, vieni a vedere la merda, guarda. Mio figlio andava a scuola qui. Scusa non ce l’ho con te. Non so con chi prendermela. Forse con Dio.”

Dalle urla agli abbracci, alle lacrime.

“Ti prego, diglielo. Dillo a tutti. Qui siamo disperati. Tra poco si dimenticheranno di noi. Non dimenticarti di noi. Non ci abbandonate tutti appena si è calmata l’attenzione mediatica.”

A modo mio, conosco solo due modi per dirlo a tutti: con una penna e con una fotocamera.

“Giovanna devo andare. Se riesco torno, torno a trovarvi.”

“Vieni, scusa per come ti ho aggredita quando sei arrivata. Ti ho preparato un panino con il crudo. Non ho altro, mi dispiace. Mangialo, mi raccomando.”

A Faenza Massimo lava dal fango un album di fotografie. Di quegli albumini economici che il fotografo di solito regala quando vai a stampare le foto. “Di casa non è rimasto nulla, nulla. Ci ho vissuto una vita e cresciuto una famiglia. Mi sono rimaste queste. Non sono foto belle come le tue, con quella macchina fotografica li sicuro sai farle meglio, però sai sono i miei ricordi e di Teresa, mia moglie. Lei è mancata l’anno scorso. Mi consola solo che non ha assistito a tutto questo.”

A Russi c’è Luigia. L’hanno recuperata in elicottero dal tetto perché lei casa non voleva lasciarla.

“No, io da casa non volevo andarmene. Avevo paura che qualcuno venisse a rubare le mie cose se me ne andavo. Certo che mi hanno avvisata, evacuazione preventiva dicevano. I giornali sì che li leggo, ma quante volte ingigantite le notizie voi giornalisti?”

Eh sì quante volte per un click in più si legge di bombe d’acqua e allarmi vari. A furia di gridar al lupo le “pecore” non scappano più, diceva mia nonna, nata e cresciuta a Parma.

Luigia lavorava in un campo, il suo. Che non c’è più. Come non c’è più la sua casa. La sua auto. Nemmeno la bici con cui andava a lavorare. “Sei giovane ma non troppo da non comprendere. Dopo il Covid eravamo in ginocchio. Ci stavamo rialzando. Non ci sono i soldi per risistemare di nuovo. Lo sappiamo già. Perché piangi? Fa effetto vero. Ma non serve che piangi. Serve che ci diate una mano, qui. Serve che arrivi gente a lavare il fango, serve ricostruire case, serve rimettere in piedi le aziende, abbiamo una dignità non vogliamo pesar addosso agli altri.”

“Presidente, salve. Sono una fotogiornalista che sta raggiungendo la sua regione. Forse di me si ricorda. Ci siamo mandati a fanculo di fronte ai cancelli dell’ex Fiat Mirafiori. Mi dispiace, era un gran caos, le stavamo addosso. Tuttavia adesso ho avuto il suo contatto. Ci sono città che mi consiglia in particolare?”

“Salve, sto andando in diretta in Rai.” E subito dopo mi gira i contatti di tutti i sindaci dei comuni coinvolti. Mi augura buon lavoro, di aggiornarlo e di chiamarlo se avessi necessità una volta arrivata. Menomale che non si sofferma sul nostro primo incontro.

Scrivo a tutti.

“Ho avuto il suo contatto da Bonaccini.”

Non hanno molto tempo da dedicarmi, anzi nessuno. Mi passano gli uffici stampa tutti. Uno, in particolare, mi fa una mappa delle zone messe peggio di Faenza. Mi dice che se ho bisogno posso chiamarlo al mattino dopo. È mezzanotte e mezzo.

Al mio rientro scrivo di nuovo a Bonaccini.

Deve sapere cosa pensano i romagnoli. Deve sapere che si fidano di lui, più di chiunque altro al governo. 

Deve ricordarsi che i giornali ed i media non devono smettere di parlare di Giovanna, di Massimo, di Luigia.

Poi scrivo ai colleghi, agli amici, a chi vedendo due storie su Instagram mi ha chiesto come andasse.

Di merda va ragazzi. Va di merda e di fango.

Dategli una mano, anche solo un euro a testa. Un caffè.


alluvione

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