Il silenzio è gentile

Loretta Patrini è una scrittrice [è, ovviamente, molte altre cose insieme] che abbiamo incontrato a una strepitosa presentazione del suo libro intitolato ‘Fuori tema’.

Avete presente quando le persone ‘si prendono subito’? Ecco, per noi è successo così, e chiacchierando con lei è venuto naturale mostrare le porte aperte di questo spazio e dire: “Quando vuoi, scrivi pure”.

Ed ecco qui il suo pezzo: ci auguriamo che ne scriva molti altri e intanto la ringraziamo.


Non sono in grado di localizzare temporalmente il momento in cui la rivendicazione della libera espressione del mio pensiero abbia iniziato a vacillare ma, se ripercorro a ritroso le mie convinzioni, so identificare la questione che per la prima volta ha fatto chiedere a me stessa: “Ma ci credi sul serio?”

La statua di Indro Montanelli nei giardini di Porta Venezia a Milano.

Non mi soffermerò ad argomentare le ragioni per cui sarebbe stato giusto rimuoverla –  questa era la linea di pensiero che avevo inseguito – perché credo che l’origine del mio schierarmi provenisse da altrove, da un luogo che era lontanissimo dal desiderio di riconoscimento sociale di cui siamo tutti vittime: postare sui social la nostra opinione per raccogliere consensi e, per quanto ci raccontiamo di farlo anche per cercare un confronto con chi la pensa diversamente da noi, la verità è che alle nostre opinioni ci agganciamo con le unghie e con i denti e non permettiamo a nessuno, a nessuno!, di controbatterci, nel qual caso è sufficiente sfoderare lo scherno nei loro confronti, credendo di rimetterli al loro posto e di ristabilire la superiorità morale di quello che noi pensiamo.

Ma torno a quel luogo lontanissimo. Allora non me ne rendevo conto, ci ho riflettuto parecchio tempo dopo, quando per questioni personali e interiori tutto il mondo che conoscevo dentro e fuori di me ha vacillato e si è polverizzato davanti ai miei occhi. E cosa te ne fai delle opinioni quando tutto quello che ti eri raccontata per sopravvivere non ha più nessuna credibilità? Non è che ce ne siano molte di scelte: o rimetti insieme le macerie e fai un collage di quello che eri prima, oppure spazzi via tutto e cerchi nuovi strumenti per assemblarti come vorresti essere. Nella seconda scelta, quella che ho adottato, ho compreso subito che non c’era più spazio per il vittimismo. Troppo scontato, troppo lagnoso, troppo comodo.

Lì mi sono resa conto che il mio sposare la causa dell’abbattere quella statua derivava dal residuo di vittimismo che avevo dentro per le ingiustizie subite nella mia vita, anche se con la questione di Montanelli in sé non c’entravano proprio niente.

Scegliere la parte della vittima non è così difficile, anzi, è un posto molto comodo dove stare quando non sai elaborare il fatto che da quel ruolo ci esci se decidi tu di smetterla di considerarti tale.

Al tempo era stata quella statua ma poteva benissimo trattarsi di chiunque altro, il fulcro della questione è che da allora ho sospeso ogni giudizio. Non ho più espresso opinioni perché ho smesso di rimuginare per capire da che parte fosse giusto stare.

E soltanto in quel luogo indefinito di mezzo, quella neutralità “svizzera” che tutti interpretano come vigliaccheria, ho compreso la paura che tutti hanno nel mostrarsi senza opinioni, perché solo gli ignoranti, gli stupidi, i sociopatici e gli inetti non si prendono la briga di farsene. È come se questo presupposto fosse l’opinione suprema, condivisa da ogni parte: sei con noi o contro di noi; stai con qualcuno oppure non hai nessun diritto. C’è sempre qualcuno che ha un’opinione su di te, anche se tu di opinioni non ne hai.

Quanto siamo in grado di raccontarcela noi mortali, quanta maestria ci mettiamo nel rimuovere quello che ci sta scomodo, che è difficilmente definibile e circoscrivibile. Non siamo in grado di abitare la verità che sta nel mezzo, troppo complessa e stratificata e interconnessa per poter essere ridotta a una banale opinione da sfoderare per interpretare la maschera della persona inappuntabile.

Da allora continuo a chiedermi se sia giusto abbattere statue di razzisti, schiavisti, stupratori o altri esseri immondi. Non lo so, e non so nemmeno cosa pensare di una miriade di questioni sociali, non mi sento più di avere il dovere di informarmi su ogni cosa, non voglio costringermi in quel territorio autoreferenziale di presa di posizione stabilita soltanto dai miei parametri.

Penso solo che non sarebbe male se tutti ci togliessimo di dosso i panni di chi è convinto di stabilire non solo per sé ma per tutti ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, applicando il proprio Zeitgeist ai primi del Novecento, al Medioevo, fino ad arrivare alla censura anche sui dinosauri.

Sarò diventata intellettualmente indolente? Forse, ma preferisco sedermi dalla parte del dubbio, dire più spesso “Non ho un’opinione al riguardo e nemmeno voglio avercela”, perché certe valutazioni morali non mi competono.

La cosa sorprendente è che esternando meno opinioni si elaborano meno giudizi, soprattutto verso noi stessi. La mente si esercita a raccogliere tutta la sua intelligenza e la sua dialettica stando semplicemente zitta.

E il silenzio è gentile.

E la gentilezza mette d’accordo tutti.

[Loretta Patrini]

CC BY-NC-ND 4.0 Il silenzio è gentile by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.