Oh brother, where are you?

Da molti anni ho preso l’abitudine di parlare con le persone per la strada. Preciso: non partendo dal nulla e attaccando bottone, come si dice, ma sempre in risposta a situazioni che mi sembra vengano notate da chi mi è vicino in quel momento. Alcune volte, ammetto, anche intromettendomi in una conversazione che pare viri verso un’implicita richiesta di commento da un esterno, se ho reso l’idea. Questo è uno dei motivi di grave imbarazzo di mia figlia che, da adolescente, vive i rapporti con gli estranei come qualcosa di impossibile, quasi che interagire con uno sconosciuto sia un impensabile affronto al pubblico decoro.


Questa mattina, all’arrivo al capolinea del pullman che prendo ogni giorno, mi trovo di fianco ad un signore che come me attende l’apertura delle porte. Come ogni mattina, chi deve salire si lancia all’interno come se stesse per perdere il posto sull’Arca che lo porterà in salvo dall’imminente diluvio (punizione divina, tra le altre cose, che meritiamo assolutamente). E che sia questo il suo intendimento, lo si capisce dal fatto che non gli pare possibile che gli stupidi all’interno vogliano scendere ed esporsi al giusto castigo.


Al capolinea, notoriamente, il mezzo si ferma, per cui è davvero incomprensibile la fretta dei pellegrini di lanciarsi tra le porte semiaperte, non permettendo a chi deve scendere di compiere il folle gesto. Inutile dire che questa ricorrenza, vissuta tutti i giorni che Iddio manda in terra, aumenta l’angoscia del vivere in chi abbia un minimo di sensibilità per le ripetizioni insensate, novero nel quale devo onestamente iscrivermi.


Oggi, a porte ancora chiuse, non resisto e commento vicino al signore di cui sopra: se usassero, nelle loro occupazioni, la stessa puntualità con la quale si lanciano sul pullman senza lasciar scendere, avremmo 10 punti di PIL in più: mi sorride, scoprendo di non essere l’unico ad aver notato questa imbecillità.
“Ma è vero che ogni mattina è così? Perché si lanciano sul pullman, che tanto rimane fermo? E non può essere nemmeno per accaparrarsi il posto, visto che sono in 5 o 6 e ne avanzano parecchi”.
Poi però aggiunge: “Temo che anche noi si faccia la stessa cosa, non crede? Probabilmente non ce ne accorgiamo, ma quando siamo noi a dover salire, facciamo lo stesso”. Devo convenirne.


In questa considerazione risiede l’importanza, alle volte, di scambiare due parole amichevoli con uno sconosciuto. Per scoprire che una semplice affermazione, ragionevole e pacata, può avere il potere di farti riconsiderare una vicenda futile ma seccante oltremodo (e son buono), come quella degli atteggiamenti delle persone sui pullman.
Adesso non mi resta che trovare un’altra persona saggia che mi aiuti a superare l’ira funesta per i rincogl… quelli che bloccano le uscite e per i defic… quelli che mi obbligano ad ascoltare per tutto il tragitto le loro conversazioni telefoniche. Ti attendo con ansia, amico sconosciuto…

CC BY-NC-ND 4.0 Oh brother, where are you? by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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