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La texture della scortesia

Ci ho fatto caso questa mattina, ma è una riflessione che mi frulla in testa da un po’. La scortesia. Avete mai messo testa sulla dose di scortesia di cui è ammantata la nostra giornata tipo?

Non lo so, magari sono io a essere particolarmente sensibile all’argomento [oltre che alla sensazione sgradevole], ma mi sono reso conto che la scortesia è diventata un’abitudine, una texture consueta che avvolge molti aspetti dei rapporti umani.

Un ‘Grazie’, un ‘Buongiorno’, un ‘Arrivederla’, un piemontesissimo ‘Buone cose’…

È un ragionamento da vecchi? Forse sì, forse andando avanti per la strada uno diventa più attento a certe cose, ma la sensazione è che stia accadendo l’esatto opposto, ovvero che man mano che si va avanti questa texture sia una realtà diffusa e quindi accettata.

Non che la gentilezza abbia mai regnato sovrana, eh, anzi; però sto notando un deterioramento nemmeno tanto graduale dei rapporti tra le persone. Un modus vivendi nemmeno più incazzato ma indifferente. Scortese, appunto. Di default.

Ho visto una persona piangere, vicino a casa mia: giovane, probabilmente triste per vicende amorose [penso io, eh].

“Posso fare qualcosa?”: una domanda semplice quanto inutile, ma per me andava fatta.

“Fatti gli affari tuoi”.

Non è che se mi avesse risposto “No, grazie” le cose sarebbero cambiate.

Però, a pensarci, magari sì.

CC BY-NC-ND 4.0 La texture della scortesia by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

1 pensato per “La texture della scortesia

  1. La mancanza di cortesia è abbastanza generalizzata, vero. Però trovo che ponendosi in modo cortese siano più le risposte positive di quelle negative. Vabbè, in due non facciamo statistica. Quello che sfugge ai più è il potere benefico della cortesia, che si esplica in modo bidirezionale: se mi rivolgo con cortesia, inizio a stare bene, procuro un minimo di piacere all’altro che, si suppone, risponderà con cortesia, e il sistema inizierà ad autogenerarsi. In un mondo perfetto. Quando l’altro a cortesia risponde con scortesia, non fa nient’altro che alimentare il suo senso di disagio, ovvero si da la zappa sui piedi. Così semplice, ma non facile a comprendersi, evidentemente. Uno degli esercizi di coaching è proprio l’esercizio della gentilezza verso il mondo, e verso se stessi. Basta provare: funziona, e costa poco. E quando si ricevono risposte negative, nel tempo si sviluppa un senso di compassione verso chi non riesce a rispondere in modo simile.

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