La prima cosa che abbiamo capito, parlandone, è che quasi tutti noi pensavamo che fosse una questione personale, specifica del nostro contesto familiare o lavorativo. Infatti, siamo stati noi stessi i primi a stupirci di quanto in verità questo fenomeno fosse diffuso, seppur a conti fatti nascosto.
Parliamo della rabbia di noi ‘meno giovani’
Della rabbia dei giovani, o meglio dei ‘più giovani’, tanto si è detto, in particolare in queste ultime settimane autunnali calde per via del clima e delle proteste andate in scena nelle piazze di tante città.
Ognuno si è fatto una propria opinione: chi parteggia per i manifestanti cui è stato rubato il futuro, chi ritiene che siano facinorosi perditempo e sfasciavetrine. Nessuno mette in dubbio l’esistenza del fenomeno.
Quello di cui secondo noi bisogna iniziare a parlare, anche se non abbiamo ancora stabilito bene come, è la rabbia di noi millennials/generazione X.
Perché c’è, è tra noi.
La nascondiamo per pudore, vergogna o semplicemente fatichiamo ad esprimerla apertamente perché troppo sopraffatti dalla quotidianità, dal lavoro, dalla famiglia, dalle scadenze.
In un sentimento forse troppo sabaudo, abbiamo paura di offendere, di generalizzare, tendiamo a pensare, come già accennato, che si tratti di una reazione a una situazione specifica. Guardandosi intorno sembrerebbe che sia qualcosa di molto più radicato.
Abbiamo chiesto ad un campione il più diversificato e rappresentativo possibile di nostri coetanei (intendendo una fascia di età abbastanza ampia, che si spinge dai 35 ai 50 anni) che sentimenti provassero per la generazione denominata ‘Boomer‘ e le risposte sono state sorprendentemente sovrapponibili.
La prima cosa che emerge, è l’incapacità di queste persone di cogliere la differenza tra il periodo storico in cui sono vissuti loro e quello che stiamo vivendo adesso.
C’è la tendenza ad applicare gli stessi parametri e a concludere che se non riusciamo ad ottenere i loro stessi risultati è perché non ci stiamo impegnando abbastanza: non facciamo figli, non riusciamo a comprarci una casa, non guadagniamo abbastanza. Poco importa che gli stipendi in italia non siano cresciuti (anzi) negli ultimi trent’anni mentre le pensioni sono costantemente state rivalutate in base all’inflazione.
Ci sentiamo ingiustamente giudicati negativamente da una generazione che si è trovata a vivere un momento storico irripetibile.
Ci hanno cresciuti con l’idea che bastasse impegnarsi per ottenere tutto quel che si vuole, che il merito e l’impegno fossero garanzia di risultati certi e duraturi. Forse sarà valso per loro, ma per noi non è così. Troppo facile puntare il dito e dire che se non riusciamo è perché non ci impegnamo abbastanza: non solo non abbiamo avuto le loro stesse opportunità ma viviamo con il costante fardello di dover pagare le conseguenze dei loro comportamenti.
E non parliamo solo di argomenti generali come debito pubblico mostruoso e cambiamento climatico, ma anche di cose molto più concrete come il ginepraio di regole, divieti e cavilli che soffoca la nostra vita quotidiana e che, di fatto, esiste perché chi ci ha preceduto, ha esagerato senza pensare alle conseguenze
Esistono poi delle aree specifiche del mondo del lavoro, tipicamente quelle di professionisti come medici, avvocati, imprenditori, in cui queste frizioni sono particolarmente sentite.
“Faticano a rendersi conto che il loro tempo è passato, devono lasciarci spazio. Non mollano niente, ci trattano come se fossimo ancora ragazzini, ma al contempo ci ricordano costantemente che loro alla nostra età avevano già ottenuto responsabilità e risultati che noi non otterremo mai”
“Dal punto di vista lavorativo, mi verrebbe da dire che abbiamo imparato il mestiere perché glielo abbiamo rubato di nascosto, lo abbiamo imparato nonostante loro e non grazie a loro.”
“Ogni giorno lavoro a fianco di persone che sono già in pensione. Percepiscono pensioni a volte più alte del mio stipendio, stipendio che viene tassato per sostenere quelle stesse pensioni. È un cortocircuito ridicolo, che accetterei meglio se non fosse che queste persone sono spesso inadeguate al contesto quotidiano, sia in termini di rapporto con le tecnologie che di aggiornamento. Eppure, non mollano!”
La sensazione, più in generale, è di estrema difficoltà nel lasciare i ruoli di potere, passare il testimone, comprendere più in generale che il loro tempo, alla cabina di guida, è concluso e che mai nessuno prima della loro generazione ha avuto così tanto tempo indisturbato alla comando.
Come un serpente che si morde la coda, non lasciano perché pensano, magari in buona fede, che lo stiano facendo per noi e che nessuno sia in grado di “fare bene come loro” e di fatto molto spesso precludono a chi è più giovane, seppur non più giovane in senso letterale, di crescere, ostacolato dall’ombra della loro presenza. Certamente questo non è reso più facile dai media tradizionali che ormai hanno contenuti fatti su misura per i 60-70enni, cioè i loro principali fruitori. Per non parlare dell’agenda politica.
Ci aiutano, certo che ci aiutano. I risparmi privati, il supporto alla cura dei nostri figli, sono delle reti di sicurezza che mandano avanti questo paese e suppliscono le carenze dello Stato, quando disponibili; manca però, in generale, una presa di coscienza del fatto che loro ci sostengono, ma noi nei fatti, sosteniamo loro, portando il peso altissimo della spesa pubblica con i nostri contributi, rinunciando lentamente a diritti molto concreti che per loro sono assolutamente scontati (la sanità pubblica, la casa di proprietà, la pensione).
Non dimentichiamo, infine, che millennial e Gen X sono anche chiamati la “Generazione sandwich” ovvero schiacciata tra la cura dei figli e la cura dei genitori anziani, con un costo enorme in termini economici ma anche di tempo e salute mentale delle caregiver (perchè diciamocelo, sono quasi sempre donne).
Non bisogna fraintendere e interpretare le testimonianze raccolte solo come uno sfogo stizzito, perché non lo sono. Non si tratta di mancare di rispetto alle persone più anziane, ma forse, questo sì, ricevere lo stesso rispetto che viene preteso a gran voce: troppo spesso veniamo apostrofati e giudicati in modo che, a parti invertite, farebbe gridare allo scandalo.
La situazione è molto complessa e con cause dalle radici pluridecennali, multisfaccettata e difficile anche solo da descrivere, figuriamoci da spiegare. Però, come si dice in gergo corporate, ‘è un tema’ e noi non vogliamo ignorarlo.
Che facciamo, ne parliamo?
[Questo pezzo è AI free]
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