Liberi in Italia, ma prigionieri della paura

Negli anni successivi, per molti uiguri all’estero, anche una semplice telefonata alla famiglia diventò motivo di preoccupazione. Chi viveva nello Xinjiang era sottoposto a controlli sempre più severi. I contatti con l’estero potevano attirare attenzioni indesiderate.

Noi eravamo fisicamente lontani, ma le nostre famiglie erano ancora là. Se avessimo parlato pubblicamente, chi avrebbe pagato le conseguenze?Questa domanda accompagnava molte delle nostre scelte.

In Italia potevo andare all’università, incontrare gli amici, discutere di politica e criticare un governo: per tanti italiani sono libertà quotidiane, quasi scontate ma per me stavano assumendo un significato completamente diverso.

Avevo scoperto che si può vivere in un Paese libero e avere comunque paura di parlare, non per quello che potrebbe succedere a te, ma per quello che potrebbe succedere alle persone che ami.

Era una prigione invisibile.

Due vite, nello stesso momento

Tra il 2017 e il 2020 continuai a vivere a Torino: dovevo studiare, lavorare, pagare le mie spese e cercare di costruirmi un futuro. Non potevo fermare la mia vita. Di giorno affrontavo i problemi normali di un giovane immigrato. Gli esami, il lavoro, i soldi, la lingua italiana.

Intanto, dalla mia terra, arrivavano notizie sempre più preoccupanti.

Da una parte cercavo di diventare qualcuno, dall’altra temevo di perdere le persone che avevano contribuito a farmi diventare quello che ero. La cosa più difficile era che spesso nessuno intorno a me sapeva cosa stesse succedendo.

Per molti italiani, lo Xinjiang era un luogo sconosciuto. La Cina era soprattutto una grande potenza economica, il Paese delle fabbriche, della tecnologia e della crescita.

Io vedevo anche un’altra realtà e non sapevo sempre come raccontarla: non volevo essere conosciuto soltanto come il ragazzo straniero che parlava dei problemi del proprio popolo, volevo essere apprezzato per le mie capacità, per il mio lavoro e per quello che cercavo di costruire.

Ma sentivo anche che ignorare ciò che stava accadendo sarebbe stato ingiusto verso le persone che non avevano più la possibilità di parlare.

Quando capii il valore della libertà

In quegli anni iniziai a mettere in discussione molte delle mie convinzioni: avevo sempre pensato che studiare, lavorare e comportarsi correttamente fossero sufficienti per vivere una vita dignitosa ma il destino del mio insegnante mi costrinse a riflettere. Se una persona che aveva dedicato la propria vita all’educazione poteva essere considerata una minaccia, allora il problema non era necessariamente quello che aveva fatto.

Forse era quello che rappresentava.

Un insegnante trasmette la storia, uno scrittore conserva una lingua, una famiglia insegna ai figli le proprie tradizioni: quando vengono colpite queste persone, a rischiare non sono soltanto le loro vite, ma anche la memoria di un popolo.

Nel 2022, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani avrebbe pubblicato un rapporto secondo cui le gravi violazioni dei diritti umani nello Xinjiang potrebbero costituire crimini contro l’umanità.

Ma per noi quelle sofferenze non erano iniziate nel 2022: le conoscevamo già da anni.

Voglio chiarire una cosa: quando parlo della repressione degli uiguri, parlo delle responsabilità delle autorità cinesi, non di ogni cittadino cinese. Non ho mai pensato che una persona debba essere giudicata per la propria origine: chiedo soltanto che lo stesso principio venga riconosciuto anche a noi.

Che parlare la nostra lingua non sia considerato pericoloso, che conservare la nostra cultura non sia un motivo di sospetto, che un bambino possa conoscere la storia del proprio popolo senza rischiare di perdere il suo insegnante.

Il viaggio che avrebbe cambiato tutto

Nonostante quello che stava succedendo, continuavo ad amare la mia terra: lì erano rimasti i miei ricordi, la mia infanzia, le strade che conoscevo e le persone con cui ero cresciuto. Ero venuto in Italia per studiare, non per cancellare il mio passato.

Con il passare del tempo, sentivo sempre più forte il bisogno di tornare: volevo rivedere quei luoghi e capire con i miei occhi che cosa fosse successo ma sapevo che non sarebbe stato un viaggio semplice. Non riuscivo ad accettare l’idea di restare lontano per sempre senza sapere che cosa fosse rimasto della mia vecchia vita.

Così, nel gennaio del 2020, presi la decisione di tornare in Cina, pensando di tornare a casa: non sapevo ancora che mi aspettavano interrogatori, sorveglianza e undici mesi che avrebbero cambiato profondamente la mia vita.

Ero partito dall’Italia cercando risposte solo per scoprire che il luogo in cui sei nato non è necessariamente quello in cui sei libero.

E che a volte, per capire davvero cosa significa la libertà, devi rischiare di perderla.

[Questo pezzo è AI free]

CC BY-NC-ND 4.0 Gli anni in cui il silenzio faceva paura [seconda parte] by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.