Erfan continua a raccontarci una storia, la sua, che ci permette di capire qualcosa in più della sua comunità e di quello che accade in quella parte di mondo.
Tra il 2017 e il 2020 cercavo di costruirmi un futuro in Italia. Nel frattempo, nella mia terra d’origine, insegnanti, intellettuali, amici e familiari cominciavano a scomparire: questa è una parte della mia storia che non avevo mai raccontato alla società italiana.
Nel 2017 mi trasferii a Torino con un obiettivo semplice: laurearmi, trovare un buon lavoro e costruirmi un futuro.
Avevo lasciato Pavia, dove avevo iniziato a conoscere l’Italia, per cercare nuove opportunità. Ero un ragazzo straniero come tanti, con pochi soldi, grandi ambizioni e la convinzione che, impegnandomi abbastanza, sarei riuscito a trovare il mio posto.
Non sapevo ancora che, mentre cercavo di costruirmi una nuova vita, nella mia terra d’origine stava iniziando uno dei periodi più bui della nostra storia recente e che presto avrei avuto paura persino di pronunciare il nome delle persone che conoscevo.
Un popolo che molti non conoscono
Quando dico di essere uiguro, spesso mi chiedono cosa significhi.
Gli uiguri sono un popolo di origine turca, con una propria lingua, cultura, storia e tradizioni. La maggioranza è musulmana. Viviamo principalmente nello Xinjiang, una vasta regione oggi sotto l’amministrazione della Repubblica Popolare Cinese.
Io sono nato a Ürümqi, la capitale della regione.
Sono cresciuto parlando la mia lingua, studiando, ascoltando le storie dei nostri anziani e vivendo tra culture diverse. Da ragazzo non ero particolarmente interessato ai conflitti politici: ero ambizioso e credevo nello studio come strumento per migliorare la mia vita.
Per un periodo avevo persino sognato di lavorare per il Ministero degli Affari Esteri cinese. Quando arrivai in Italia, mandai il mio curriculum alle rappresentanze diplomatiche cinesi di Milano e Roma: non ricevetti mai risposta.
Ripensandoci oggi, mi sorprende quanto siano cambiate le mie convinzioni in così pochi anni.
Il nome che non avrei mai voluto leggere
Dal 2017, sotto la guida di Chen Quanguo, segretario del Partito Comunista nello Xinjiang dal 2016, la repressione nella mia regione si intensificò: cominciarono a circolare notizie di arresti, detenzioni e persone scomparse. Non si trattava soltanto di persone accusate di reati: tra i detenuti comparivano studiosi, insegnanti, scrittori, religiosi e intellettuali rispettati dalle loro comunità.
Le autorità cinesi parlavano di centri di formazione professionale e di contrasto all’estremismo. Le testimonianze che arrivavano dall’esterno raccontavano invece di detenzioni arbitrarie, famiglie separate e un sistema di sorveglianza sempre più invasivo.
Le stime internazionali arrivarono a parlare di oltre un milione di uiguri e appartenenti ad altre minoranze musulmane detenuti.
Un milione è un numero enorme ma per me, a un certo punto, quel numero ebbe un volto.
Un giorno vidi circolare su Twitter una lista di persone detenute nello Xinjiang: c’erano professori, studiosi e persone che avevano contribuito alla nostra società; tra quei nomi riconobbi quello del mio insegnante delle scuole medie.
Rimasi scioccato: era un uomo gentile, sorridente, piacevole. Ci raccontava la storia e riusciva sempre a coinvolgere noi studenti. Io ero uno degli studenti più attivi della classe: partecipavo, facevo domande, parlavo spesso.
Lui mi ripeteva:
“Sei intelligente. Devi usare la tua intelligenza nel modo giusto. Non devi mai diventare una persona cattiva“.
Non ho mai dimenticato quelle parole. E adesso il suo nome era in una lista di detenuti: continuavo a chiedermi che cosa avesse fatto di male.
Aveva insegnato la nostra storia? Aveva trasmesso ai suoi studenti la nostra cultura? Non avevo una risposta: sapevo soltanto che l’uomo che mi aveva insegnato a essere una brava persona era stato privato della libertà.
Da quel momento, le notizie non furono più soltanto notizie: dietro ogni nome poteva esserci qualcuno che conoscevo.
Continua…
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