La zona d’interesse

Una villetta elegante, il giardino col prato curato, una piccola piscina, l’orto, un cane, un uomo e una donna, più i loro cinque figli. Sarebbe tutto ordinario, se non fosse la famiglia di Rudolf Hoss (C. Friedel) e sua moglie Hedwig (S. Huller): lui è il comandante di Auschwitz, lei la devota moglie che cura la casa e cresce i figli. Siamo nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale e osserviamo la vita quotidiana della famiglia, nella casa che confina con il lager più famoso della Storia.

Assistiamo alle loro giornate, le riunioni di Hoss, i pasti tutti insieme, il bagno al fiume, gli ospiti che arrivano. L’orrore è oltre il muro, ma non si vede esplicitamente, è solo suggerito, attraverso le grida che si sentono, i colpi di fucile, il filo spinato che si intravede, le torri di guardia che svettano in lontananza, il fumo che sale nel cielo, il bagliore notturno dei crematori.

Al suo quarto film, Jonathan Glazer adatta l’omonimo romanzo di Martin Amis, con una potenza narrativa invidiabile: il colpo di genio è quello di ribaltare la prospettiva, mostrando il gruppo di famiglia in un interno, per dirla con Visconti, nella sua apparente, banale e inquietante normalità. Tutte le scelte nel film contribuiscono al risultato: la fotografia che esalta le luminose giornate di sole, i pochissimi movimenti di macchina del regista, la prova degli interpreti, la colonna sonora angosciante di Mica Levi.

Gran premio speciale della giuria a Cannes 2023 e candidato a 5 premi Oscar. E’ un film che resterà, c’è da scommetterci. Non perdetelo, anche se vi disturberà visceralmente.

CC BY-NC-ND 4.0 La zona d’interesse by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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