Quando si parla di Intelligenza Artificiale e creatività, finiamo quasi sempre intrappolati in un loop di domande esistenziali: un algoritmo scriverà mai un “vero” capolavoro? Vedremo mai un film capace di spiazzarci con la genialità visionaria di Kubrick, o un’inchiesta dirompente capace di scuotere il potere come quella del Watergate? Sono interrogativi affascinanti, certo, ma rischiano di diventare una distrazione da un punto fondamentale: il cambiamento profondo che l’AI sta già apportando all’ecosistema dei media avviene altrove. Risiede in tutte quelle attività in background che, incessantemente, stanno ridisegnando le fondamenta della nostra offerta culturale.
Dietro le capacità più eclatanti e sorprendenti dell’AI — quelle che catturano l’attenzione e fanno notizia — si muove un enorme apparato silenzioso. Un insieme di funzioni ormai ampiamente utilizzate, non percepite come invasive, ma finalizzate a “levigare” costantemente la nostra esperienza verso il grado zero di attrito, sia come creatori che come fruitori.
La dittatura del flusso “senza attrito”
È proprio questa “levigatura” sottotraccia a plasmare il nuovo palinsesto culturale, ridisegnando la nostra capacità di percepire ciò che rompe il flusso. Gli elementi di questa normalizzazione sono ormai ovunque:
- Playlist algoritmiche che guidano il nostro desiderio di scoperta.
- Traduzioni e sottotitoli automatici che rendono ogni contenuto istantaneamente globale.
- Template standardizzati, pensati per rendere i contenuti efficienti per le logiche algoritmiche.
Queste funzioni di supporto modellano scelte, gusti e percorsi dell’attenzione. Sono le fondamenta su cui poggia la scalabilità di un modello culturale basato sulla fruizione passiva e continua. Per le media company, il valore dell’automazione editoriale su larga scala è enorme: l’AI è diventata un asset strategico utilizzato persino nelle redazioni per automatizzare le attività più banali e gestire l’intero ciclo delle notizie.
Il capolavoro come ultima delle finalità
Stupirci con un capolavoro è l’ultimo degli obiettivi di questi strumenti. Il loro scopo è realizzare un palinsesto infinito di esperienze seriali, iper-personalizzate e “frictionless”. Si tratta di contenuti rassicuranti perché basati su strutture facilmente riconoscibili, perfetti per essere inseriti nel flusso continuo dello “scrolling infinito”.
Possiamo pensare che queste funzioni ci sollevino semplicemente da operazioni ripetitive, permettendoci di concentrarci sulla complessità. Ed è vero, sotto molti punti di vista. A patto, però, di essere consapevoli di dove si sta giocando la vera partita. Il punto è che queste funzioni sono progettate per spingere in un’unica direzione.
Non si tratta di rifiutare sdegnosamente l’uso dell’AI, ma di riflettere su come farne un uso migliore, capace di rispondere a esigenze culturali e sociali e non soltanto agli interessi di poche grandi aziende. In un ecosistema mediatico dominato da flussi infiniti gestiti dall’AI, un’opera di rottura — un film destabilizzante alla Lynch o un’inchiesta capace di scuotere il sistema — riuscirebbe ancora a imporsi? Sebbene le piattaforme possano a volte amplificare voci di nicchia, la logica dominante spinge inesorabilmente verso la normalizzazione.
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