Giappone, in un futuro imprecisato, ma non lontano. Otone (H. Ayase) e Kensuke (Daigo) sono sposati e vivono in una meravigliosa. Lei è architetto, lui lavora nella azienda di famiglia che si occupa di legname. Entrambi hanno uno strazio nel cuore: la perdita, due anni prima, del loro figloletto Kakeru di 7 anni. Così finiranno per rivolgersi alla ReBirth, società all’avanguardia che produce umanoidi, utilizzando l’intelligenza artificiale e la robotica.
E così arriva a casa un perfetto clone del piccolo Kakeru, modellato sulle fotografie che i due hanno mandato alla ReBirth. La donna è da subito entusiasta, l’uomo all’inizio più perplesso. Si può volere bene a un robot, anche se è la copia identica di tuo figlio morto? E’ troppo inquietante? Intanto il nuovo Kakeru si dimostra abilissimo nell’apprendimento e nelle capacità. Epilogo catartico che non ti aspetti.
E’ strano, questo film di Hirokazu Kore’eda (quello di “Un affare di famiglia”, Palma d’oro a Cannes nel 2018), che l’ha anche scritto e montato. Mescola un’ironia leggera, a momenti di commozione, a suo modo ha passaggi poetici intensi.
Non è semplicemente un film sul tema del momento, l’IA, ma si parla di perdono, senso di colpa, dolore, amore perduto e ritrovato. Forse non tutti gli elementi tornano perfettamente (qualche questione è abbozzata), ma è perdonabile. Ottimo trio di protagonisti, considerando anche il giovane Rimu Kuwaki che interpreta Kakeru.
Un buon modo per tornare la cinema, magari dopo le ferie, in questi giorni di ritrovata calura (evvai!). Il titolo allude a una citazione letteraria che coglierete certamente, guardandolo.
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