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L’abitudine al deserto

Ci si abitua, sempre, e sempre o quasi ci si adatta.

É un pensiero banale, fino a quando non lo fai portando a spasso il cane e ti accorgi del silenzio. Dell’assenza. Senti l’acqua di una fontanella di cui non sospettavi nemmeno l’esistenza, senti qualche uccello che cinguetta, ma é più quello che non senti.

La gente, le macchine, lo sferragliare dei tram, le voci. Le luci dei locali.

I primi giorni era assurdo, poi é diventato solo strano, adesso é normale. Normale sentire i propri passi, il verde la via vuota, il sentire il rumore del fiume.

Hanno fotografato il ritorno dei conigli al parco del Valentino, e ci sono scoiattoli a frotte; senza noi in giro stanno bene.

Dicono in molti che quando tutto questo sarà finito, ne usciremo diversi; io non credo. Torneremo a fare rumore e i conigli torneranno nelle loro tane.

CC BY-NC-ND 4.0 L’abitudine al deserto by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

2 pensieri su “L’abitudine al deserto

  1. Caro Pier, che dire… Avremo senz’altro la tendenza a tornare come eravamo prima per rassicurarci sul fatto che, alla fine, nulla è cambiato e potremo riprendere la nostra vita. Ma stavolta credo saremo fortunati. Saremo costretti, nonostante la nostra tendenza omeostatica, a rivedere molti aspetti della nostra vita. Questa quarantena, perdona il paradosso, ci ha costretto ad uscire, uscire dalla nostra zona di comfort. E quando si mette il naso fuori dalla zona di comfort la trasformazione è già cominciata. Chi si opporrà a questa trasformazione farà più fatica perché si accorgerà che molte delle persone che facevano parte della sua zona di comfort sono cambiate, vedrà che le cose sono cambiate anche se cercherà in tutti i modi di riprendere il solito corso. La fortuna di cui parlo è l’occasione che abbiamo e avremo per iniziare un nuovo corso, un cambiamento che non abbiamo deciso ma che forse era arrivato il momento avvenisse, per tutti. Chi rivedrà i propri rapporti affettivi, costretto ad una convivenza forzata che li avrà messi a dura prova ma avrà anche reso evidente ciò che conta e ciò che può essere tralasciato. Chi vorrà o sarà costretto a rivedere il proprio lavoro. E così via. Il mio è un augurio, più che una certezza. Ma sono certo che per una parte consistente di noi il cambiamento sia già cominciato, e quando cambiano i singoli gli effetti sulla collettività vengono amplificati. Si dice che per i gruppi 1+1 fa 3. I gruppi non sono la somma delle parti, ciò che vien fuori da una comunità è una entità a sè stante che raccoglie ed elabora i contributi singoli trasformandoli in qualcosa di diverso dalla somma delle parti. In questo senso credo che anche chi resisterà al cambiamento con tutte le sue forze cambierà comunque. Non siamo monadi isolate, non c’è niente da fare. In conclusione: non credo esista un significato preciso per quanto è avvenuto: il virus fa il suo lavoro. Noi però potremo costruire nuovi significati per le nostre vite, e vuoi mai che non si progredisca in una direzione che ci porterà maggiore consapevolezza personale e quindi di comunità.

    P.S. Il Rox, però, preferirei rimanesse esattamente come prima. Uscire dalla zona di comfort va bene, ma non implica che debba essere distrutta. Svolge una funzione fondamentale! Sia il Rox, che la zona di comfort 😉

  2. All’inizio era pace per le mie orecchie ora e ansia spero di sentire presto i bimbi giocare il rumore normale di un paese che vive

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