La prima volta che qualcuno mi ha detto “quindi sei cinese?”, ho sorriso. Succede spesso. Non perché la domanda mi faccia ridere.

È che non so mai da dove cominciare.

Potrei dire semplicemente sì, perché vengo dalla Cina: sarebbe la risposta più facile, ma non sarebbe la risposta giusta.

Io sono uiguro.

E questa parola, per la maggior parte delle persone che incontro in Italia, non significa ancora nulla.

Gli uiguri sono un popolo originario dell’Asia centrale. La maggior parte vive nello Xinjiang, una grande regione della Cina nordoccidentale. Abbiamo una nostra lingua, l’uyghur, una cultura, una storia e tradizioni proprie. La nostra lingua appartiene alla famiglia delle lingue turche e la nostra cultura ha radici profonde nell’Asia centrale.

Io sono nato lì. Quindi sì, vengo dalla Cina.

Ma non sono cinese.

E c’è una cosa ancora più strana: non mi sono mai sentito completamente a casa neanche nel posto da cui provengo.

Forse è per questo che quando sono arrivato in Italia nel 2015 ho capito abbastanza presto che la domanda “da dove vieni?” avrebbe accompagnato la mia vita.

All’inizio non parlavo bene italiano. Quando vivi in un Paese straniero e non conosci bene la lingua, scopri quanto della tua identità dipenda dalle parole. Hai una battuta in testa, ma non riesci a raccontarla, hai un’opinione, ma non riesci a spiegarla. Vuoi dire qualcosa di importante e alla fine dici soltanto: “Sì, va bene”.

Poi impari.

Prima lentamente, poi sempre meglio, finché arriva un giorno in cui inizi a discutere in quella lingua. Per me quello è stato un momento importante. Perché parlare una lingua non significa soltanto conoscere delle parole. Significa entrare in una società.

Oggi vivo a Torino.

Lavoro, faccio impresa: mi capita di parlare italiano, inglese, cinese e uiguro nella stessa giornata. Ho una famiglia, una figlia nata qui e quando penso a lei, mi accorgo di quanto sia cambiata la mia idea di appartenenza.

Lei crescerà in Italia, andrà a scuola qui, avrà amici italiani, imparerà cose che io ho conosciuto soltanto dopo essere arrivato. Ma dentro la sua famiglia ci sarà anche una storia che viene da molto lontano: ci saranno parole che lei sentirà in casa e che fuori casa nessuno conoscerà. Ci saranno tradizioni che dovremo decidere insieme se conservare, ci sarà una parte di me che viene da un luogo che per lei sarà allo stesso tempo lontano e familiare. E forse un giorno qualcuno le farà la stessa domanda.

“Di dove sei?”

Non so cosa risponderà. Io ancora oggi non ho una risposta semplice. Se dico “Cina”, qualcuno pensa di aver già capito chi sono.

Se dico “uiguro”, devo spiegare.

Se dico “Torino”, qualcuno mi ricorda che non sono nato qui.

La verità è che sono tutte risposte vere, e nessuna è sufficiente. Per molto tempo ho pensato che prima o poi avrei trovato un posto a cui appartenere completamente. Oggi penso che forse non funziona così: forse alcune persone costruiscono la propria identità in un unico posto, altre la costruiscono attraversando più posti.

Io appartengo a una storia che è iniziata in Cina, ma una parte importante di quella storia è diventata italiana; l’Italia mi ha dato una lingua che all’inizio non avevo. Mi ha dato amici. Mi ha dato lavoro. Mi ha dato responsabilità. Mi ha dato una famiglia. Mi ha dato la libertà e la democrazia. Mi ha dato anche una prospettiva diversa sul luogo da cui provengo.

Perché quando vivi lontano da casa inizi a guardare casa con occhi diversi. E quando vivi abbastanza a lungo in un altro Paese, inizi a guardare anche quel Paese con occhi diversi.

È una posizione strana. A volte sei dentro, a volte fuori. A volte sei entrambe le cose nello stesso momento. Forse è proprio questa la parte più interessante della mia storia: non sono arrivato in Italia con l’idea di diventare italiano, e non sono rimasto qui per smettere di essere uiguro.

Sono rimasto perché, nel frattempo, qui è successo qualcosa, ho iniziato a costruire. Una vita, un lavoro, una famiglia. Relazioni. Progetti. Un futuro. Ed è difficile dire a una persona che tutto questo non fa parte della tua identità soltanto perché sei nato altrove.

Io non voglio scegliere una sola parte di me per essere più facile da capire. Sono uiguro. Vengo dalla Cina. Vivo in Italia. E sono diventato anche un po’ torinese.

Questa ultima cosa, forse, qualche anno fa mi avrebbe fatto sorridere. Oggi no, perché ho capito che appartenere a un posto non significa necessariamente esserci nati. A volte significa averci lasciato dentro abbastanza pezzi della propria vita. Io a Torino ne ho lasciati parecchi, e continuo a costruirne altri.

Mi chiamo Erfan. Se mi chiedete da dove vengo, vi risponderò. Ma se avete un po’ di tempo, preferisco raccontarvelo.

[Questo pezzo è AI free]

CC BY-NC-ND 4.0 Straniero ovunque, a modo mio by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.