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Social burnout

Partendo da questo articolo uscito su Mashable , vorrei fare alcune riflessioni che sono nate spontaneamente, potremmo dire in modo “creativo”.

Uno degli aspetti affrontati, di fatti, riguarda proprio il pensiero creativo, ciò che ci conduce alla “creazione” di qualcosa di nuovo (inteso come originale o inatteso), e appropriato, ovvero coerente con il compito prefissato. Non si risolve in questa definizione ciò che in psicologia si intende con processo creativo, ma facciamocela bastare.

Il burnout che il social media manager anonimo dell’articolo indica come uno dei pericoli insiti nella professione, da dove nasce?

Tentiamo qualche ipotesi, che forse potrà tornarci utile per riflettere in maniera allargata al rapporto che ognuno di noi ha con i social.

Non è la sede per una trattazione su cosa ci sia alla base del processo creativo (in rete non ho trovato articoli che stiano sotto le nove pagine!), ma possiamo dire per certo che essere creativi coinvolge molteplici aspetti della persona: dai suoi tratti di personalità, il suo vissuto e l’ambiente nel quale si trova e dal quale viene condizionato, agli stili e alle capacità cognitive, fino alle informazioni e alla capacità di elaborarle e, non da ultimo, alle motivazioni e ai desideri/bisogni.

Locuzione che aborro, ma lasciatemelo dire: tanta roba.

Lo sforzo che richiediamo al nostro cervello (che nel frattempo è impegnato a mandare avanti un organismo e a vivere una vita) è notevole. Se siamo in accordo che ogni sforzo richieda un allenamento, allora possiamo dire che si può allenare anche la creatività.

Ma possiamo anche dire che ogni allenamento richieda tempo e costanza. Trovato il tempo e la costanza, ci serve altro tempo per esercitare le capacità che abbiamo appreso. Su questo ci giochiamo la partita e, come sembra, una porzione di salute mentale (stiamo parlando di burn out).

Il dover produrre incessantemente contenuti “originali e inattesi” per i propri clienti o per la propria professione richiede tempo, a meno che non si voglia semplicemente produrre pur di essere presenti, nel disperato tentativo di non farsi dimenticare. Mi vengono in mente molte professionisti che hanno un incredibile talento nel produrre contenuti originali e inattesi ma anche loro molte volte, costretti ad una presenza assidua, mettono in rete contenuti banali e di scarso interesse.

Perché è normale.

La velocità richiesta da un’utenza scarsamente interessata ai contenuti in favore dello scarico nervoso attraverso il pollice che scorre sul display, non va molto d’accordo con la qualità di quello che scorre. Nello stesso tempo, chi deve produrre i contenuti, per quanto veloci e banali essi possano essere, è costretto (se non dotato di un talento naturale) a impegnare ingenti risorse psicologiche e emozionali; sforzo che non viene poi degnamente riconosciuto né a livello professionale né a livello economico, con evidenti ricadute in termini di autostima e motivazione.

Proposte?

Molte e da fonti più autorevoli di me, che però rimangono inascoltate: non c’è tempo, abbiamo da caricare il nuovo post o la nuova foto, un nuovo prodotto da presentare, ma subito, anzi ieri.

L’alternativa non è eliminare i social, ma iniziare a farne un uso più umano, più di qualità, dove apprendimento e progresso siano il faro dell’agire.

Rallentare, per andare più veloci e centrare l’obiettivo. La qualità è garantita da due cose, in un processo circolare: da chi la offre e da chi la pretende, che però deve essere disposto a corrisponderne il giusto prezzo.

CC BY-NC-ND 4.0 Social burnout by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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