Negli Stati Uniti è iniziato un processo che potrebbe cambiare molte cause legali simili in futuro, perché per la prima volta una giuria dovrà decidere se alcune grandi piattaforme di social media hanno creato dipendenza nei bambini e adolescenti.

La causa è stata avviata da una giovane di 19 anni che accusa diverse società tecnologiche di aver progettato funzioni come lo scorrimento infinito e la riproduzione automatica in modo da trattenere i giovani utenti e influenzare negativamente il loro benessere psicologico. Secondo l’accusa, questa prolungata esposizione ai social le avrebbe causato gravi problemi di salute mentale nel corso della crescita.

Le aziende coinvolte, tra cui i principali operatori di social network, hanno tentato di far chiudere il caso, sostenendo che problemi come ansia o depressione possano derivare da altri fattori esterni e non dall’uso delle app. Hanno inoltre fatto riferimento ai termini di servizio e alle protezioni previste, ma il giudice ha stabilito che la denuncia può proseguire perché ci sono elementi sufficienti da esaminare.

La giovane querelante non chiede solo un risarcimento economico, ma anche che le piattaforme siano obbligate a mostrare avvisi chiari sui rischi per i minori, così da aiutare i genitori a comprendere meglio i pericoli. L’esito di questo processo potrebbe fungere da precedente per centinaia di altre azioni simili in corso negli Stati Uniti, dove molte famiglie hanno avviato cause analoghe contro i giganti del web.

Un punto centrale della battaglia è dimostrare se le scelte di progettazione delle piattaforme abbiano effettivamente reso le app difficili da abbandonare per i più giovani, contribuendo a sviluppare dipendenza o disturbi psicologici. Allo stesso tempo, chi difende le società sostiene che non esiste una prova scientifica consolidata della dipendenza da social media e che i problemi di sviluppo mentale non possono essere attribuiti univocamente alle piattaforme digitali.

Gli avvocati della parte querelante puntano invece su documenti interni che, secondo loro, mostrano come le aziende abbiano compreso i rischi ma continuato a privilegiare l’incremento dell’utilizzo da parte dei giovani, senza adeguate misure di tutela.

Se la giuria dovesse accogliere queste testimonianze, il verdetto potrebbe avere un impatto rilevante anche su altre cause e sulla futura regolamentazione dei social media.

Forse è il momento di cambiare le regole.

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