Perché la sintesi che intrattiene indebolisce il discorso pubblico e perché il contenuto lungo resta necessario (fra equivoco dell’elitismo e caso Substack)
Ci arrivano più notizie di qualsiasi generazione passata e ci arrivano dal mondo intero, quasi in tempo reale, rilanciate ovunque e senza sosta. Tutto è accessibile, tutto è immediato e la conoscenza sembra a portata di mano, soprattutto oggi che l’informazione premia i contenuti brevi: basta che siano sintetici e che catturino l’attenzione. Che oggi circolino più informazioni del passato è un fatto, ma questa enorme circolazione di contenuti, spesso condensati al massimo, rende davvero più informati? La sintesi continua, la brevità permanente, l’esposizione a frammenti sempre nuovi produce conoscenza?
Siamo sicuri che accumulare stimoli continui ci aiuti a costruire senso?Breve è meglio?
Ogni informazione richiede che ci sia qualcuno che la recepisca, o, in parole povere, qualcuno che vi presti attenzione.
Possiamo quindi immaginare due quantità parlando di produzione e consumo di informazioni:
- Una quantità di informazione: che può diminuire o aumentare nel tempo, in base alla facilità di produzione e diffusione dei contenuti (è aumentata drasticamente con l’invenzione della stampa e ancora più ripidamente con l’avvento di internet. Oggi continua ad aumentare con l’adozione commerciale dell’IA generativa).
- Una quantità di attenzione: più o meno stabile nel tempo, in quanto ogni individuo non può prestare attenzione a tutto, ma deve scegliere su cosa concentrarsi per il tempo limitato che gli è concesso.
Come già negli anni ‘70 osservava Herbert Simon: in un contesto di abbondanza informativa l’attenzione diventa una risorsa scarsa. E quando l’attenzione è diventata una risorsa scarsa quale è il miglior mezzo per “catturarla?” Offrire contenuti che riducono al minimo il “costo” di attenzione (o di concentrazione), massimizzando così la circolazione.
I contenuti che oggi vanno per la maggiore sono quindi la risposta più razionale in un contesto di scarsa attenzione e abbondanza informativa: si premiano contenuti veloci da consumare, capaci di generare reazioni immediate e facilmente replicabili.
Il contenuto breve è, da questo punto di vista, una risposta perfettamente sensata agli incentivi dell’ambiente. È più semplice da produrre, più semplice da vendere, più semplice da fare circolare, perché richiede al pubblico una bassa “spesa” d’attenzione. Un po’ come in un contesto di ristrettezza economica: saranno più consumati alimenti a basso costo, facilmente reperibili.
Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nei contenuti brevi, ma sorge un problema quando nel produrre informazione si punta all’efficienza distributiva (massimizzare le visualizzazioni) invece che alla qualità e alla rapidità di reazione invece che alla comprensione.
Sintesi dopo analisi e sintesi che intrattiene
Per capire dove si inceppa il meccanismo occorre distinguere tra due tipi di sintesi che oggi tendono a essere sovrapposti. Esiste una sintesi che arriva dopo l’analisi, dopo la lettura, lo studio, o dopo il pensiero o la riflessione. È una compressione cognitiva che serve a ordinare, a fissare e a rendere maneggevole ciò che è stato digerito altrove. Questa sintesi è in certo senso reversibile: può indicare i passaggi, rimandare alle fonti, segnalare i limiti entro cui ciò che afferma vale.
Accanto a questa, però, c’è una sintesi di natura diversa, una sintesi progettata per intrattenere e per offrire conclusioni belle e pronte. Non nasce per semplificare un ragionamento, ma per sostituirlo. Non è costruita per far capire, ma per produrre una reazione: che sia indignare, o emozionare. Qui si rompe l’equivalenza più comoda di tutte, quella per cui breve coinciderebbe con chiaro. Tagliare troppi passaggi del ragionamento non elimina le ambiguità, ma spesso le moltiplica.
Una buona sintesi, proprio perché è tale, rimanda a qualcos’altro e stimola l’approfondimento, non lo cancella. La bontà della sintesi che oggi domina è invece misurata dalla capacità di generare visualizzazioni, like, commenti, condivisioni. Il criterio di successo non è più “far capire”, ma “far reagire”. Neil Postman aveva colto con largo anticipo questo slittamento, quando osservava, in Amusing Ourselves to Death (1985), che la televisione stava trasformando l’informazione in spettacolo:
La televisione sta alterando il significato dell’‘essere informati’ col creare una specie di informazione che può essere propriamente chiamata disinformazione. La disinformazione non significa falsa informazione. Significa informazione ingannevole (informazione fuorviante, irrilevante, frammentata o superficiale), informazione che crea l’illusione di conoscere qualcosa, ma in effetti ti conduce lontano dalla conoscenza
Il punto problematico è dunque quando l’intrattenimento e lo spettacolo prendono il posto dell’informazione, continuando però a presentarsi come tale.
Gli effetti cognitivi e culturali del “regime dei contenuti brevi” non vanno descritti in modo apocalittico, ma neppure negati.
È osservabile nel dibattito pubblico una diffusione di opinioni prive di struttura argomentativa, ripetute come slogan: prese di posizione che non derivano da premesse logiche posteriori ma da una nebulosa concezione del “giusto” o del “buono”, o che fanno leva sulle emozioni, più che sulla riflessione. Questo conduce a una crescente difficoltà nel seguire ragionamenti che richiedono continuità e memoria, ma non segnala un deficit individuale, né una degenerazione della società, ma, più banalmente, un adattamento all’ambiente. Quando l’ambiente in cui si è immersi premia la reazione rapida, ci si allena a reagire più che a pensare e quando premia la frammentazione, ci si abitua al sovraccarico informativo.
L’abbondanza di informazione ricevuta passivamente, inoltre, non produce necessariamente più curiosità, ma spesso l’effetto opposto: evitamento delle notizie, selezione sbrigativa dei contenuti (scrollando nel tempo libero), difese contro contenuti dispendiosi in termini di attenzione.
Va ribadito che il punto non è “si stava meglio prima”, anzi: la libertà d’accesso alle informazioni che garantisce la rete è una conquista dall’inestimabile valore. Ma internet o social network non significano per forza brevità, intrattenimento e reazione. La questione è riconoscere che la brevità, quando diventa forma dominante del discorso pubblico, modifica ciò che riesce a emergere e a reggere nel tempo. Se oggi emergono un certo tipo di contenuti la causa non è nelle persone, ma è principalmente nell’ambiente in cui scegliamo di consumarli, e in come è stato costruito.
Ridurre il rumore con “contenuti lunghi”
Ci sono tre punti da chiarire per ristabilire il valore del “contenuto lungo” come arma per riprendere il controllo del dibattito pubblico e abbassare il rumore delle opinioni polarizzanti, degli slogan e della propaganda.
1. Il contenuto lungo come tecnologia cognitiva
Il contenuto lungo non è una virtù morale né una garanzia automatica di profondità, ma può essere visto, piuttosto, come una “tecnologia cognitiva” diversa. Consente di stimolare la mente a una progressione logica, rende esplicite le obiezioni, delimita i propri confini, espone i passaggi del ragionamento. In questo senso rende il pensiero ispezionabile e non chiede fiducia a chi ne usufruisce, ma attenzione: offre un percorso che può essere seguito e criticato o corretto quando serve. Il suo valore non sta in una presunta “lentezza” nobilitante, ma nella responsabilità epistemica che incorpora: chi scrive o parla si assume l’onere di mostrare come arriva a ciò che afferma e si espone alle critiche.
2. L’equivoco dell’elitismo: il contenuto lungo è più democratico!
L’accusa di elitismo rivolta al contenuto lungo confonde spesso competenza e impegno. Il lungo non esclude perché richiede un talento raro, ma perché richiede attenzione sostenuta, e l’attenzione ha un costo reale. Questo costo, però, non è una barriera ingiusta, perché un discorso che richiede tempo non è elitario, ma controllabile.
L’idea che tutto debba essere immediatamente comprensibile appare democratica, ma produce un effetto collaterale: spinge il discorso verso ciò che può essere consumato senza attrito e a livellare la discussione verso il basso. La vera democratizzazione non consiste nel togliere lo sforzo, bensì nel costruire contesti in cui lo sforzo sia possibile, sostenibile e riconosciuto come giusta parte del processo. Solo seguendo un ragionamento posso capire se sono o meno d’accordo: la spiegazione democraticizza, la sintesi che intrattiene richiede fiducia cieca.
3. Il caso Substack e la “scelta dell’ambiente”
Per capire questo terzo elemento il riferimento a McLuhan e (ancora) a Postamn è decisivo: ogni medium (mezzo di comunicazione) crea un ambiente, e quell’ambiente (che offre incentivi o disincentivi in base a come è costruito) modifica il modo di pensare e di vivere di chi lo abita. Il medium non è un semplice contenitore neutro di informazioni, ma una struttura che plasma ciò che tende a diffondersi di più. Scegliere un ambiente (in cui esprimersi o informarsi) che predilige l’approfondimento, la continuità e il rapporto diretto con il lettore, come nel caso di Substack, oppure un ambiente che premia la reazione istantanea e la viralità, non è una scelta solo di “gusto”, o di abitudine, ma una scelta di come si vuole pensare, di come si vuole in un certo senso usare la propria disponibilità di attenzione, come spenderla.
Questo non significa che una medium garantisca qualità e un altro no. Nessun ambiente è immune dal rumore, e nessuno resta stabile o fermo nel tempo. Anche Substack può importare dinamiche più reattive, più orientate alla visibilità, ma il punto resta invariato: gli incentivi del mezzo, alla lunga, selezionano il tipo di pensiero che riesce a sopravvivere al suo interno.
Meno rumore, più pensiero
Ridurre il rumore è una scelta editoriale e non una crociata contro il contenuto breve, che anzi, può rivelarsi incredibilmente utile in alcuni casi. Quello di Meno Rumore vuole essere un rifiuto della brevità come regime, perché informarsi non coincide con ricevere passivamente stimoli progettati per l’engagement, o che offrono una conclusione a portata di mano, ma manchevole delle premesse. Il contenuto lungo non è una soluzione universale e non tutto merita migliaia di parole, ma alcune cose sì, soprattutto se si vuole che reggano, che siano discutibili, confutabili, migliorabili.
La sintesi senza analisi o spinta al pensiero autonomo non è chiarezza, ma è intrattenimento che si traveste da conoscenza.
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