Askatasuna da ieri non c’è più, stanno scorrendo i proverbiali fiumi di inchiostro e stavo pensando di non scrivere niente a riguardo; ho ceduto perché non voglio scrivere [né dire/pensare] nulla di politico, di urlato, di arrabbiato. C’è chi ieri ha brindato stappando una bottiglia di quelle buone, c’è chi ha pianto, c’è chi ha urlato.

A me, quando ho capito cosa stava succedendo, è venuto in mente questo:

Così sono andato a vedere cosa succedeva, dicendo a chi me lo chiedeva che andavo per Collateralmente, per documentare eccetera. In realtà, accampavo una scusa: sono andato a salutare e se avessi preso il microfono che era a disposizione avrei detto questo:

“Cari amici, capisco la vostra rabbia, lo sconforto. Capisco anche chi è felice e ride e brinda. Era un luogo divisivo, c’è poco da dire. Capisco la politica, purtroppo, e le eterne, marce ipocrisie. Sono solo passato a fare un saluto, perché ho più di 50 anni e anche se non sono stato un assiduo frequentatore qui dentro ci ho passato alcune belle serate, ho sentito della buona musica, ho ascoltato una lezione del Professor Barbero. Ma ‘le cose che abbiamo amato non ritorneranno‘, e il tempo scorre impietosamente in un’unica direzione [a meno di clamorose smentite].

Nei centri sociali succedevano cose. Ma, appunto, succedevano. Chiedete a 10 ragazzi per strada cosa è un centro sociale, o nello specifico chiedete cos’è [era] Askatasuna. Poi, sì, potrete piangere. Io posso almeno sorridere perché i Muri li ho vissuti, Gianca era casa mia e Aska lo vedevo passando tutti i giorni in Corso Regina. Vi tocca inventare altro, cambiare linguaggio [e tono, diosanto…] se volete attrarre persone che scrollano sugli smartphone giorni interi alla ricerca di qualcosa da comprare, di qualcosa per cui ridere, di un video fatto con l’intelligenza artificiale che riesca a stupirli un po’ di più. Non è con l’urlo che li sveglierete.

Possiamo dircelo, oggi, e sarà liberatorio: non è più tempo. La disparità, la disuguaglianza, le ingiustizie profondissime del tempo che viviamo e infine la dannata polarizzazione che tutto ha sommerso andranno combattute in altri modi che adesso, semplicemente, non vediamo. Io, almeno, non li vedo. Sono solo venuto a salutare e non ho altro da dire se non che Askatasuna meritava una fine migliore di questa”.

Ecco: questo ho pensato, questo avrei detto a quel microfono.

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