C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui lo Stato italiano gestisce la legge sull’oblio oncologico. Una norma presentata come un traguardo di civiltà giuridica e morale, salutata con enfasi bipartisan, e poi lasciata sospesa in un limbo amministrativo che ne svuota completamente l’efficacia. A distanza di anni dall’approvazione, quella legge continua a esistere più come slogan che come strumento reale di tutela dei diritti.

Il principio è chiaro: chi ha superato una malattia oncologica non può essere condannato a portarne il marchio per il resto della vita. Non può essere discriminato nell’accesso a mutui, assicurazioni, concorsi pubblici, adozioni. Non può essere costretto a rivelare una condizione sanitaria che non ha più alcuna rilevanza clinica.

Questo è il cuore dell’oblio oncologico, è un principio sacrosanto.

Il problema è che il principio resta lettera morta: senza i decreti attuativi, senza le linee guida operative, senza meccanismi di controllo e sanzione, la legge non protegge nessuno. Le banche continuano a chiedere informazioni indebite, le assicurazioni continuano a escludere o penalizzare, le persone guarite continuano a dover scegliere tra mentire, rinunciare o subire. Tutto questo non per mancanza di una legge, ma per inerzia dello Stato.

Qui non siamo di fronte a un semplice ritardo tecnico, ma a una responsabilità politica precisa; quando si approva una legge sapendo che senza atti successivi non sarà applicabile, e poi quegli atti non arrivano, si crea una falsa aspettativa. E creare false aspettative su diritti fondamentali è una forma di violenza istituzionale, tanto più grave perché colpisce persone che hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di sofferenza.

È intollerabile che chi ha combattuto e vinto una malattia oncologica debba continuare a essere trattato come un soggetto “a rischio”, come un cittadino di serie B, mentre lo Stato si trincera dietro la lentezza burocratica. La guarigione non può essere riconosciuta a parole e negata nei fatti: non può esistere un diritto che funziona solo nei comunicati stampa.

Ogni giorno di ritardo nell’attuazione di questa legge è un giorno in cui lo Stato tradisce la propria funzione: garantire uguaglianza, dignità e certezza del diritto. E ogni silenzio ministeriale su questo tema è una conferma che, quando si tratta di persone concrete, la retorica dei “diritti” viene dopo le convenienze e prima dell’oblio vero: quello delle responsabilità.

Se questa legge è davvero una conquista di civiltà, lo si dimostri rendendola immediatamente operativa. Altrimenti ancora una volta chi ha più bisogno di tutela è stato usato come bandiera e poi lasciato solo.

L’oblio oncologico non può restare un’illusione normativa: o diventa diritto pienamente esigibile, oppure resta l’ennesima promessa tradita.

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