Un posto al sole come i Sex Pistols

Così, diamo il benvenuto a bordo del blog a Daniela, giornalista di talento alla cui chiamata non abbiamo potuto/saputo/voluto resistere.

Inizia col botto, così come piace qua dentro: ‘Un posto al sole‘ come i Sex Pistols. Mica male no?

Più siamo meglio stiamo: benvenuta e buona lettura.

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Penso che ci siano tanti modi per esprimere un gesto punk, un atto di contestazione e fuori dagli schemi. Fra questi, quello della rivoluzione silenziosa, fatta di piccoli passi, discreti e garbati, è uno dei miei favoriti: piccoli segnali che riescono a portare, con lentezza ma altrettanta perseveranza, a una presa di coscienza di qualcosa di grande.

Sicuramente un approccio che la televisione di oggi sfrutta poco. Fatta eccezione per quegli avamposti di lunga tradizione come Rai5 o RaiScuola, nel panorama dell’offerta sul piccolo schermo italiano trionfa l’intrattenimento svuota-mente, perfetto per l’anestesia dei sensi e dei pensieri. Ma qualche chicca che stacca la propria voce fuori dal coro c’è.

Sto parlando di Un posto al sole, la prima soap opera interamente italiana che dal 1996 va regolarmente in onda su Rai3 in fascia pre-serale raccontando le vicende degli abitanti di un condominio a Posillipo. Circa 30 minuti da sigla a sigla, con due stacchi pubblicitari inclusi, per un formato decisamente poco impegnativo dal punto di vista della fruizione, perfettamente incastonato dopo le notizie e prima della programmazione serale. Escapismo televisivo? Non proprio.

L’intreccio alterna momenti leggeri a momenti drammatici, seguendo uno schema che durante tutti questi anni ha portato all’attenzione dei suoi spettatori tematiche sociali e culturali di spessore, con un costante aggancio allineato alla realtà fuori della soap. Non solo problemi di cuore dunque, o storie torbide di tradimenti, ma anche prostituzione minorile, omosessualità, immigrazione, rifugiati, droga, per citarne alcuni.

Il linguaggio televisivo è quello di un prodotto semplice: la qualità della recitazione è media (a voler essere generosi), la sceneggiatura è funzionale all’intreccio senza picchi d’autore, la psicologia dei personaggi è libera da difficoltà di interpretazione. Eppure, in questi elementi di semplificazione sta la sua forza. Una soap opera apparentemente di poche pretese riesce – senza i mezzi altisonanti di regia raffinata, fotografia ricercata o dialoghi di spessore – a comunicare l’Italia di oggi e a farsi portavoce di certi ideali sociali, umanitari, popolari.

A The Handmaid’s Tale piace vincere facile tutto sommato: una produzione di grandissimo impatto visivo e altrettanta potenza comunicativa come quella non può non avere successo. Ma riuscire a portare temi sociali anche scottanti nelle case della Gente, all’ora di cena, trasformarsi in quel collante che riunisce tutti i familiari come faceva la televisione di una volta e prendere posizione netta su immigrazione piuttosto che violenza domestica non è un lavoro di poco conto. Per questo penso che Un posto al sole rappresenti un gesto seriamente punk, capace di appropriarsi dei linguaggi mainstream per comunicare un’etica rivoluzionaria per i tempi recenti cui stiamo assistendo. “Praise Be”.

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CC BY-NC-ND 4.0 Un posto al sole come i Sex Pistols by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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