Hold the dark

La vendetta non è la via della natura

Russel Core

No, Netflix non ci salverà, sono d’accordo con Studio. [Studio, per chi non lo sapesse, è una rivista amatissima e odiatissima che parla di cultura et similia. Molto radical chic, molto ‘voi non avete capito niente e invece noi’ ma anche molto sul pezzo per alcune cose. Whatever, ad ogni modo].

Pur non salvandoci, ci dà comunque una bella mano in alcuni momenti della nostra vita: per quanto riguarda me, mi da una mano quando non riesco ad addormentarmi; prendo il tablet, metto gli auricolari e cerco qualcosa. Non puoi non trovare qualcosa su Netflix.

Così ho trovato ‘Hold the dark’, rivelatosi una di quelle cose che costituiscono un classico del mio modo di vedere/guardare/leggere una storia: non ci ho capito quasi niente, ma mi è piaciuto molto.

Del resto, come diceva il mio saggio nonno: “Se vuoi sempre capire tutto, in linea generale non hai capito niente”

È un film tratto da un libro di William Giraldi [mai sentito nominare] che narra la storia del cacciatore Russell Core, chiamato presso un piccolo paese dell’Alaska dove i bambini scompaiono catturati dai lupi. A contattarlo è Medora, che ha letto un suo libro di memorie in cui, tra le altre cose, raccontava di aver ucciso un lupo. Anche il figlio di Medora è tra le persone scomparse, mentre il marito di lei, Vernon, è in missione militare in Medioriente.

Fin qui tutto bene. Poi diventa un vero casino: la trama assume i contorni di un sogno/metafora,  il reale si mischia con l’irreale e l’onirico. Solitamente il mix non mi piace granché, ma in questo caso ha funzionato.

Mi è piaciuto, senza sapere dire esattamente il perché. L’ho trovato ‘forte’ e ben girato e recitato, e alcune scene come quella della sparatoria o quella della maschera da lupo hanno lasciato un segno che mi ha spinto a scriverne qui. Una buona fotografia e un’ambientazione bellissima hanno fatto il resto.

Si parla di vendetta, della ribellione del selvatico [non lo definirei selvaggio] su ciò che è civile, si parla di dolore e di compassione. Si intuisce come un trauma possa a volte unire anziché scomporre o spezzare.

Non sempre ciò che non ha un senso perfettamente compiuto va bollato come incomprensibile tout court. Non sempre tutti i puntini vanno uniti: lasciare qualche spazio vuoto può indurre alla riflessione.

Dategli un’occhiata, se vi capita.

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Nota: ho scritto questo post ascoltando ‘Shuffle’ di Bombay Bicycle Club

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CC BY-NC-ND 4.0 Hold the dark by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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