Riassumendo, abbiamo Stati Uniti e Israele che dichiarano guerra all’Iran, il nostro Ministro della difesa che sta a Dubai per motivi personali e non ne sa nulla e il Ministro degli esteri che non sa dove sia il Ministro della difesa.

Nemmeno lui sarebbe riuscito a immaginarlo.

La sensazione, più che di una crisi, è quella di un sistema che entra in attrito: quando si tocca Teheran non si colpisce un singolo bersaglio ma un’intera architettura geopolitica, con effetti difficili da delimitare. Non è una crisi che si spegne con qualche settimana di tensione diplomatica: è una di quelle che, una volta aperte, tendono a ridefinire gli assetti regionali.


Quando il Golfo si scalda, il mondo accende il radar sulle rotte del petrolio, e già oggi quelle rotte sono improvvisamente meno scontate; basta pochissimo per inceppare un sistema costruito sulla continuità logistica: assicurazioni che si ritirano, traffici che rallentano, navi che aspettano, mercati che reagiscono prima ancora che accada qualcosa di concreto.


Non siamo davanti a uno shock locale, ma a qualcosa che può rimettere in discussione equilibri già precari. L’Europa, che negli ultimi anni ha faticosamente ripensato le proprie forniture, scopre di essere ancora esposta a variabili che non controlla: le imprese, che avevano appena ricominciato a ragionare su orizzonti pluriennali, tornano a fare i conti con scenari mobili. I mercati, come sempre, anticipano tutto con la loro brutalità matematica.

In altre parole, il 2026 rischia di essere l’anno in cui la geopolitica torna a pesare più dell’economia nelle scelte energetiche.
E quando succede, la transizione ordinata lascia spazio alla gestione dell’emergenza, che è sempre più costosa, meno efficiente e molto meno prevedibile.

Di fronte a tutto questo, non vi viene da ridere pensando alle polemiche da bottega che si stanno scatenando sulla cosiddetta ‘Grande Riforma della Giustizia’?

Siamo solo a marzo: teniamoci stretti che c’è ventaccio.

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