Ci sono luoghi che non sono semplicemente spazi fisici. Sono abitudini, incontri casuali che diventano amicizie, idee nate davanti a un caffè, serate costruite insieme senza bisogno di grandi strutture o strategie. Per molti, Comala è stato esattamente questo.
Per anni ha rappresentato un punto di riferimento vivo, imperfetto ma autentico, capace di accogliere studenti, lavoratori, artisti e chiunque avesse bisogno di uno spazio dove sentirsi parte di qualcosa. Non un contenitore di eventi, ma una comunità costruita giorno dopo giorno, con pazienza e partecipazione reale.
La decisione di interrompere questa esperienza lascia inevitabilmente l’amaro in bocca. Non perché i cambiamenti siano sempre sbagliati, ma perché qui non si ha la sensazione di un’evoluzione naturale. Sembra piuttosto una cesura netta, la fine di un percorso che aveva dimostrato di funzionare proprio grazie alla sua dimensione umana, spontanea e condivisa.
Quando si parla di rigenerazione, innovazione o nuovi progetti, si rischia di dimenticare che certi luoghi non si “sostituiscono” semplicemente con altri format. Le relazioni, la memoria collettiva, il senso di appartenenza non si mettono a bando e non si ricreano a tavolino.
Resta la gratitudine per ciò che è stato costruito in questi anni e, allo stesso tempo, la preoccupazione che si stia perdendo qualcosa di difficile da spiegare nei documenti ufficiali ma chiarissimo per chi lo ha vissuto: un pezzo di città reale, partecipata, profondamente condivisa.
Tira una brutta aria.
P.S. Non siamo molto da petizioni online che secondo noi lasciano un po’ il tempo che trovano, però qui c’è quella per il Comala.
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