Negli ultimi mesi mi capita sempre più spesso di aprire YouTube e avere la sensazione di scorrere contenuti che non dicono nulla; video che sembrano fatti per occupare spazio, non per comunicare. Non sono brutti, non sono sbagliati, semplicemente sono vuoti. È l’AI slop.

Parliamo di video generati o assemblati con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, costruiti per funzionare con l’algoritmo più che con le persone; contenuti ripetitivi, seriali, spesso indistinguibili l’uno dall’altro, che puntano tutto sulla quantità e sulla capacità di trattenere l’attenzione per qualche secondo in più.

Resta sulla piattaforma, non te ne andare, genera traffico…Ancora un video, dai, ancora uno…

Il punto non è solo estetico o culturale; è economico. Questo tipo di contenuti funziona, genera visualizzazioni, iscritti ed entrate. Con costi di produzione ridicoli e una scalabilità enorme, l’AI slop è diventato un modello industriale; una fabbrica di video che non ha bisogno di idee, ma solo di prompt, template e tempo di calcolo.

È qui che nasce il corto circuito.

L’algoritmo non premia ciò che è significativo, ma ciò che performa; se qualcosa viene guardato, viene spinto, e se viene spinto, viene copiato. Il risultato è un ecosistema che tende all’omologazione, dove la ripetizione vince sull’intuizione e la velocità schiaccia la profondità.

Chi [come noi] crea contenuti in modo consapevole lo sente sulla pelle; investire tempo, ricerca, scrittura e montaggio diventa sempre più faticoso quando si compete con produzioni automatiche che possono pubblicare dieci, cento, mille video al giorno. Non è una competizione alla pari; è una corsa in cui non vince chi ha qualcosa da dire, ma chi riesce a occupare più spazio.

Il rischio più grande, però, non riguarda solo i creator ma soprattutto chi guarda.

L’esposizione continua a contenuti generati, privi di reale intenzionalità, abbassa lentamente l’asticella; ci abituiamo a video che non approfondiscono, non sorprendono, non lasciano nulla. E quando tutto diventa rumore, anche ciò che ha valore fatica a emergere.

L’intelligenza artificiale non è il nemico; può essere uno strumento straordinario se usato per amplificare una visione, non per sostituirla. Il problema nasce quando l’obiettivo smette di essere il senso e diventa solo l’engagement.

Forse la domanda da farsi non è se questi contenuti andrebbero limitati o regolati; la vera domanda è un’altra: che tipo di ecosistema stiamo costruendo se premiamo sistematicamente ciò che non richiede pensiero?

Alla lunga, il prezzo non lo paga l’algoritmo; lo paghiamo noi, in attenzione, in qualità e in capacità di distinguere ciò che conta da ciò che semplicemente scorre.

CC BY-NC-ND 4.0 AI slop: un altro inizio della fine by Collateralmente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.