Ieri sera sono stata allo spettacolo “Una notte a Teheran”.  Prima nazionale, teatro gremito, ufficialmente sold out, qualche volto noto in platea.

Le recensioni “vere” non sono il mio forte ma Zummone mi perdonerà se oggi gli rubo il mestiere. 

Sul palco Cecilia Sala, con lo stile che chi ascolta il suo “Stories” conosce bene, porta  in scena le voci della gioventù Iraniana. Alla narrazione dal vivo si alternano immagini e video, che mi hanno lasciato in bocca un gusto amaro, sapendo che proprio negli istanti in cui venivano proiettati, proseguiva (e prosegue) il blocco di internet da parte delle autorità iraniane, con tutto l’orrore che ciò sottintende.

“Una notte a Teheran” è tante cose assieme, è uno spettacolo di informazione, in cui non manca la capacità di Cecilia Sala di raccontare l’attuale fornendo il contesto storico in maniera semplice, concisa, non scontata né scolastica.

Ma è anche il racconto della vicenda personale della giornalista, arrestata nel 2025 a Teheran. 

Ai racconti delle ragazze iraniane che si rifiutano di indossare l’hijab per strada, si alterna la testimonianza in prima persona delle notti insonni nel carcere di Evin, della cella spoglia, degli interrogatori. La rabbia, l’orrore e la paura si percepiscono inequivocabilmente, ma l’intreccio è tanto delicato quanto efficace.

In ultimo, ma non per importanza, “Una notte a Teheran” è anche uno spettacolo musicale, live dal palco, perché:

La vita qui è già troppo dolorosa per arrendersi anche alla depressione calata dall’alto. Meglio prendersi il rischio di organizzare un concerto.

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