Nel 1977 comincia ad andare in onda sulla Rai, un programma televisivo chiamato “Portobello”: nel giro di qualche anno diventa un clamoroso fenomeno di ascolti, superando i 26 milioni di spettatori a puntata. A condurlo è Enzo Tortora (F. Gifuni), giornalista di lungo corso, volto noto della televisione pubblica. Nel 1983 Tortora viene arrestato con l’accusa di essere un camorrista e un trafficante di droga, nell’ambito di una maxi operazione contro la mafia napoletana.
Comincia così il calvario giudiziario che diventa anche caso mediatico. Ad accusare Tortora sono alcuni pentiti della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo (G. Gallo), soprattutto Giovanni Pandico (L. Musella) e Pasquale Barra (M. Rossi). Nel corso delle indagini il linciaggio pubblico è feroce, complici i giornali e la Rai stessa, la volubile opinione pubblica pronta a distruggere quel che fino a poco prima era un idolo, una magistratura inquirente che si accanisce volutamente contro un indagato eccellente.
Dopo 7 mesi in carcere e altri ai domiciliari, Tortora viene condannato in primo grado a 10 anni, per poi venire assolto in appello e infine definitivamente in Cassazione nel 1987. Tornerà in televisione brevemente, per morire nel 1988 a 59 anni.
Marco Bellocchio (classe 1939!), maestro del cinema italiano, dopo il lavoro sul sequestro Moro di qualche anno fa, “Esterno notte”, torna alla dimensione della miniserie. Scandito in sei capitoli, “Portobello” racconta quello che è stato forse il più clamoroso errore, al limite della persecuzione, del potere giudiziario italiano. A guardarlo, per chi come me era troppo piccolo all’epoca per capire, pare un incubo capace di superare le peggiori fantasie di Kafka.
Come sia stato possibile credere a un mitomane paranoico e schizofrenico come Pandico o a un pluriomicida efferato come Barra, desta meraviglia e allo stesso tempo produce una rabbia profonda. Come il lavoro di alcuni magistrati che si occuparono del caso fu sciatto, scandaloso, venato dal pregiudizio, fa indignare ancora adesso. Non fosse una storia vera, si premierebbe l’eccesso estroso di fantasia.
Come al solito Bellocchio non rinuncia al suo marchio di fabbrica: la dimensione onirica, grottesca, a tratti allucinatoria, che emerge da alcune sequenze. Fotografia, montaggio e uso della colonna sonora estremamente efficaci.
Gigantesco Fabrizio Gifuni, ma un plauso ammirato va anche a Lino Musella e la sua interpretazione del disturbato e luciferino Pandico. Da citare in altri ruoli, anche Paolo Pierobon, Barbara Bobulova, Fausto Russo Alesi, Tommaso Ragno, Alessandro Preziosi e una memorabile apparizione di Valeria Marini, in una scena che suona come un omaggio a Fellini.
Disponibile sulla piattaforma HBO Max, non si può assolutamente perdere. Mi perdonerete se mi sono dilungato più del solito, ma in questo caso era doveroso. In realtà ci sarebbe ancora molto da dire, sulla serie e sulla storia di Tortora: andate a cercare, se vi interessa. In ogni caso, il risultato di “Portobello” è splendido, quanto doloroso.
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