Marty (T. Chalamet) vive a New York, all’inizio degli anni ’50, e lavora come commesso in un negozio di calzature. Non ha un buon rapporto con la madre, ha una relazione clandestina con una ragazza impegnata, ma soprattutto coltiva un grande sogno: diventare un campione di ping pong, allora disciplina semi-sconosciuta negli Usa. Ai British Open perde in finale contro il giapponese Endo.

Cominciano così una serie di (dis)avventure che lo porteranno in giro per il mondo, sempre in cerca di fama e fortuna, incontrando un ex diva del cinema (G. Paltrow), il di lei marito ricco produttore di penne per scrivere, un uomo misterioso (A. Ferrara) con un cane e altri personaggi, alcuni assurdi o incredibili. L’obiettivo è ottenere i soldi per arrivare in Giappone e sfidare nuovamente Endo. A qualunque costo.

Difficile, se non impossibile senza spoiler, riassumere la trama di “Marty supreme”, film ipertrofico nei punti di vista e nelle digressioni, regia solitaria di uno dei fratelli Safdie. Si ispira alla storia vera di Marty Reisman, romanzandola ampiamente.

Ne esce il ritratto di un uomo memorabile, cialtrone, arrogante, spregiudicato, follemente determinato, bugiardo, eppure affascinante. Un personaggio che è bigger than life, magistralmente interpretato da Timothée Chalamet, dimostrandosi un interprete incredibile, non solo per come gioca a ping pong.

Colonna sonora volutamente anacronistica, ma azzeccatissima, montaggio, regia e fotografia di prim’ordine. Un Golden Globe (miglior attore) e nove candidature agli Oscar, uscite proprio ieri. La concorrenza sarà forte, ma in bocca al lupo a Chalamet, forse è la volta buona.

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