Un amico in Iraq

Sempre dal mio amico cooperante un contributo prezioso, questa volta dall’Iraq.


Pochi giorni fa ho visitato quello che resta di Mosul (Iraq) a due anni dalla sua disastrosa liberazione. Se la zona est brulica delle frenetiche attività commerciali di chi vuole ricominciare, ad ovest del Tigri la citta vecchia é un museo vivente della rovina. Pochi negozi, tra cui l’artigiano delle fondine e dei cinturoni, stentano a riaprire. Nessun governo, nemmeno quello iracheno, si é davvero impegnato nella ricostruzione. E brucia nell’orgoglio dei cittadini di Mosul la ferita della distruzione della Grande Moschea fatta esplodere dal Califfato in fuga nel 2017.Gli sfollati costretti a lasciare i campi devono affrontare la paura delle mine. Molti di loro non ritroveranno la propria casa, riassegnata, in modo discusso, ad altre famiglie.

Nei campi iracheni e siriani (quest’ultimi abbandonati a se stessi a causa dell’instabilità causata dall’offensiva turca) le donne e i bambini dei combattenti dell’ISIS che se ne stavano in disparte, esclusi e maltratti. Altri vivono ancora nei villaggi iracheni, e nessuno si fida più di nessuno. In ogni caso quei bambini cresciuti nella distopia totalitaria del Califfato si sono socializzati alla violenza e crescendo in povertà difficilmente capiranno da che parte stare.

Come in un classico hollywoodyano a lieto fine, oggi le forze speciali statunitensi hanno ucciso Al Baghdadi in Siria. Successo che Trump usa per giustificare la sua cecità strategica a lungo termine e l’incoerenza di aver lasciato soli i combattenti curdi che riconquistarono Raqqa, altro monumento ai caduti. Eppure proprio le idee davvero rivoluzionarie dei curdi, l’apertura alla parità di genere, alla laicità, ad un modo di essere diversamente siriani, avrebbero potuto rappresentare un’alternativa. Invece quell’utopia si sta giocoforza ritirando (Turchia e Russia, nemici giurati, ne hanno deciso a tavolino le sorti militari). E nessuno osa investire su un cambiamento delle condizioni sociali che tra dieci anni genereranno la trasformazione genetica dell’ideologia che ha animato i fanatici dell’ISIS.

Ne racconto, ospite di questo blog, non solo per il senso del dovere della testimonianza. Il doloroso teatrino geopolitico di questi giorni trova oggi il suo coerente finale. Nonostante gli accalorati complimenti del nostro premier all’amministrazione americana, non vi é davvero motivo per rallegrarsi.  

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