Trainspotting 2

20 anni dopo, Danny Boyle torna sul luogo del delitto, con un sequel tanto atteso quanto temuto. Tornano i protagonisti della prima pellicola: Mark, Sick Boy, Spud e il folle Begbie. Stessi attori, stessa ambientazione, due decenni dopo. Sono tutti invecchiati, come è ovvio che sia, ma quasi nessuno è riuscito a far pace coi suoi demoni. Mark vive in Olanda e non se la passa troppo bene, Begbie si è fatto la galera, Sick Boy sniffa e ha una fidanzata bulgara, Spud è ancora un tossico nel gorgo dell’eroina. Si ritroveranno, con molti ricordi e anche molta solitudine, oltre che (soprattutto per Begbie e Sick Boy) un desiderio di vendetta, verso Mark che tradì tutti, scappando con il malloppo. Mark e Sick Boy, che ormai si fa chiamare Simon, si imbarcano in un improbabile progetto di ristrutturazione di un vecchio pub, per trasformarlo in una sauna-bordello. Spud non trova un senso alla sua esistenza e soffre la separazione dalla moglie e il figlio, Begbie vorrebbe che il suo unico erede seguisse le sue orme criminali.

Se il primo film era il vitalistico e, al contempo, autodistruttivo ritratto di un gruppo di giovani strafatti, che si trascinava nelle giornate, prendendo a calci la vita, senza rispetto per gli altri e per se stessi, qui la storia ribalta la prospettiva: è la vita che ha preso a calci tutti, forse non c’è nulla da rimpiangere del passato, ognuno deve fare i conti con il presente. I ricordi, compresi quelli di infanzia, riaffiorano qua e là. Danny Boyle non ha voluto fare un film nostalgico, come egli stesso ha dichiarato, ma una riflessione amara sul tempo che passa e inghiotte i suoi fragili protagonisti, paradossalmente più vulnerabili oggi di ieri. La mano del regista si rivede in certi passaggi grotteschi (il primo incontro tra Spud e Mark), nelle situazioni limite con dialoghi assurdi e in certe scene dal taglio visionario, nell’uso di una fotografia da neon blu e verdi allucinati, ma chi si aspetta una copia del primo film o la naturale continuazione sugli stessi ritmi, rimarrà deluso. La materia narrativa (il secondo romanzo di Welsh “Porno”) è soltanto fonte di ispirazione e c’è molta rielaborazione. E’ la normalizzazione, molto triste, di una vita corsa col piede sull’acceleratore, ormai lontana. “Lust for life”, è solo più una canzone che Mark può ballare nel chiuso della sua stanzetta, non il manifesto di una generazione senza limiti.

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