Tennis, tv, trigonometria, tornado (Ossia: io dietro a un colosso)

Per rendermi più difficile l’intento di scrivere recensioni, ho pensato di dedicarmi a David Foster Wallace.

Era da tempo che soppesavo la cosa,  valutando da quale opera iniziare, leggevo recensioni, articoli (come ad esempio questo); cercavo insomma di farmi un’idea di quello cui sarei andata incontro, e alla fine a venire in mio aiuto è stato uno sconto proposto dalla Minimum Fax che ho sfruttato al volo.

La raccolta si apre e si chiude con il tennis, all’inizio raccontato in prima persona attraverso le esperienze agonistiche del Wallace ragazzo impegnato nei tornei giovanili del Midwest squassato da venti e tornado; alla fine raccontato dal Wallace giornalista spettatore che segue gli Open Canadesi.

Qui entra in gioco la trigonometria, perché lo sport, qualunque sport, diventa un insieme di gesti curati nel minimo dettaglio: una fusione tra scienza e passione.

Si passa poi a un saggio sulla televisione e in particolare all’influenza che ha sugli scrittori americani. Un saggio che ho trovato semplicemente strabiliante. Capiamoci: Wallace è un continuo susseguirsi di riferimenti letterari, televisivi e culturali che io sicuramente non ho afferrato, ma anche fermandosi ad un primo livello di lettura ci sono analisi che non possono lasciare indifferenti.

Esilarante reportage su una fiera del bestiame dell’Illinois: cinico, ironico, spontaneo. Un giusto intermezzo più leggero che non risparmia comunque critiche (neanche tanto velate) a un’America esagerata, appariscente.

Ciò che più mi ha colpita è il saggio su David Lynch, regista a me quasi del tutto sconosciuto, che Wallace segue durante alcuni giorni della produzione di “Strade perdute”. Qui si alternano descrizioni dei personaggi che animano il set a lunghe digressioni sulle opere e sulla critica a Lynch.

Di questa raccolta mi è piaciuto anche l’insolito titolo, perché anche quello richiede uno sforzo intellettuale. Prima di iniziare a leggere non capivo il senso della frase “una cosa divertente che non farò mai più” riportata in ben due titoli di sue opere. Se è divertente, sembra naturale voler ripetere quella particolare esperienza.

E invece no. Più andavo avanti nella lettura, più apprezzavo lo stile, l’enorme cultura, lo scavare nei dettagli, l’estrema facilità nello spaziare in ogni campo di questo autore. Eppure la frase che mi ripetevo più spesso era “Non capisco” e mi sentivo sempre inadeguata, non all’altezza. Quindi eccomi qui, a dire anch’io che leggere Wallace è “una cosa divertente che non farò mai più”.

O almeno non affrontando altri saggi e magari lasciando passare un po’ di tempo prima di riprovarci, perché è innegabile: Wallace mi ha rapita.

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