Restare in bolla nella bolla

Così, pare che siamo alla Fase 3, che le cose vadano meglio, che il Covid sia andato in vacanza.

Poi c’è chi dice che come tutte le vacanze anche la sua finirà, chi dice che sta ‘mutando’, chi dice che alla fine era un’influenza più cazzuta del solito e che i morti per cancro sono molti di più…

C’è stata un sacco di gente che ‘ha detto’ cose.

Io ho ascoltato, ho cercato di capire e di filtrare le cazzate, non ho più guardato Facebook e l’unico giornale che ho letto è stato Internazionale, ormai unica mia fonte di informazione approfondita [con Il Post]. Ne ho sentite tante, mi sono allenato a cambiare canale il più velocemente possibile all’apparire dei virologi da talk, ho guardato film e fatto disegnini sul blocco appunti.

Credo di aver capito qualcosa sommariamente, ma l’unica cosa che ho compreso bene è che la retorica dell’andrà tutto bene è stata un’operazione, appunto, retorica. Perché no, non andrà tutto bene e le conseguenze di tutto quello che è successo [e sta succedendo] sono di là da venire. Ne riparleremo a settembre, per vedere bene quel che sta per capitare.

In mezzo a tutto ciò, credo di aver assistito allo spettacolo indecente di una classe dirigente e politica [Dirigente E Politica] mediocre e del tutto impreparata a gestire un’emergenza, e per la prima volta ho capito cosa pensano quelli che non vanno a votare perché ‘Tanto sono tutti uguali’. Non ho detto che la penso così, ma capisco chi lo fa. Spero di non pensarla così anche io, ma al momento l’idea di entrare in una cabina elettorale mi appare più remota di quella di prendere i voti e diventare parroco.

Insomma, me ne sono stato buono a guardare e ascoltare, ho preso le mascherine, i guanti, l’amuchina, mi sono lavato le mani 6.000 volte al dì e ho fatto anche io smart working: posso dire che lo considero un surrogato molto scadente di quello che è il mio lavoro. Non mi piace, annulla ogni forma di creatività e appiattisce tutto in una dimensione bidimensionale, noiosa, sfiancante. Ho bisogno di vedere gente, per fare il mio lavoro. Quindi sì, mi sono annoiato molto. Però sono stato fisicamente molto bene, anzi direi che mi sono rimesso in forma, ho ricominciato a correre, ho mangiato molto bene e ho bevuto anche meglio; ho passato del buon tempo e mi sono goduto la mia casa, che mi piace un sacco.

La bolla per me è iniziata nella fase due e continua tutt’ora, perché appena liberato dal lockdown mi sono reso conto di essere in stallo e, cosa problematica, ho capito di non avere più pazienza. Mi spiego: la costante di questo periodo, sfrondando tutte le cazzate, sono i morti. Le migliaia di morti che dall’oggi al domani hanno costellato la narrazione di questo momento. E ci penso adesso, non quando le statistiche parevano peggiorare sempre. Ci penso adesso e mi rendo conto che avendo 50 anni [quasi] avrei potuto essere in target e così, dall’oggi al domani, ammalarmi e morire da solo come un cane, intubato e senza conforto alcuno. Senza avere letto il libro che staziona sul mio comodino, senza aver ascoltato l’ultimo disco di Bob Dylan [notevolissimo, ve lo consiglio], senza aver potuto scrivere un ultimo post qui.

E mi sono detto: non ho più tempo, o meglio, non ho più voglia di avere tempo per le cazzate. Non ho più voglia di essere paziente con chi non lo merita, non ho più voglia di dedicare tempo e risorse ed energie a cose che non meritano nessuna di queste tre cose. Lo so che sembra una cosa normale e comunque già pensata da milioni di persone [che poi chissenefrega: la penso anche io e finita lì] ma per me non lo è. Perché mi sono sempre considerato una persona distratta per le cose ma attenta alle persone e, come dire, premurosa. Mi piace prendermi cura e mi spaventa il dolore altrui. È un discorso lungo e c’è chi mi ha fatto notare che avere paura del dolore altrui e cercare di alleviarlo non è opera altruistica ma egoistica, però non so che farci. Magari ne riparlerò.

Solo che adesso vivo in questa bolla post Covid e mi rendo conto che alcune cose che prima mi preoccupavano adesso non lo fanno più: è una specie di anestesia morale, un’atrofia dell’altruismo, non ne ho davvero idea. Non è che mi piaccia, ma è così che mi sento e le cose non stanno migliorando, anzi.

Quindi me ne starò ancora un po’ acquattato a pensarci, lontano dal telefono e dal flusso di questi giorni che dovrebbero essere di rinascita ma che forse sarebbe più corretto chiamare di cambiamento.

E tutti i cambiamenti sono buoni.

Tranne quelli in peggio.

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CC BY-NC-ND 4.0 Restare in bolla nella bolla by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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