Orange is the new black: se Grey’s anathomy va in galera

Ne abbiamo ‘imbarcato un altro’.

Sono davvero molto molto contento di annunciare la salita a bordo di Fabrizio, ottimo amico, socio e addirittura collega di lavoro [cosa di cui non parlerà mai qui, possiamo starne certi].

Fabrizio corre ‘Murakami style‘, alleva api e da oggi scrive qui con me insieme a quel fannullone di Andrea [che non scrive una recensione cinematografica da un millennio], a Sara [assorta in chissà quale lettura] e Marzia [assorta in chissà quale cosa/faccenda/pensiero/progetto].

Qui sotto la sua foto e il suo primo pezzo: benvenuto, socio 🙂

 

E’ proprio vero che basta un briciolo di tempo in più, la clemenza dell’estate, e in un attimo ti scopri a calpestare terreni inesplorati ma al contempo piacevoli.

Le  giornate si allungano e con esse anche le attività che una persona riesce a incastrare nelle ventiquattro ore. Chissà perché in inverno con il buio alle 16,30, quando sono le 19 la giornata si considera quasi al capolinea. In estate, invece, “ci sono un sacco di cosa da fare in più”. Ma così divago, ci sarà modo di affrontare il tema in altra sede.

In questo tempo, diciamo, guadagnato, non manca la possibilità di guardare qualche serie arretrata, quei salvataggi su Netflix che rendono la lista del “to view” ben più lunga dei suggerimenti del software.

Per una casualità del destino, stante le premesse, fra tante ho cliccato su “Orange is the new black”.

 

Come poi da una scelta siffatta sia arrivato ad appassionarmi ad una versione più cattiva e cinica di “Grey’s anathomy” girata all’intero di un carcere femminile di minima sicurezza, non è dato saperlo. Tenendo presente, soprattutto, che le gesta di Meredith Grey non rientrano nella top ten delle serie della mia vita.

Eppure ho praticamente divorato la prima serie, in cui la protagonista fighetta e snob viene catapultata in un mondo che non le appartiene, dominato da sesso lesbo, sorveglianti sadici, piccole storie di emarginazione americana interpretate da un variegato e variopinto cast etnico e molto interessante. Nere, asiatiche, ispaniche, bianche tutte accomunate da una quotidianità comune, destino e passato simile, e una divisa arancione che sta a significare che si è novelline rispetto alle “beige” già ormai veterane ed organizzate. Il tutto per scontare una pena e per tentare di continuare a delinquere anche dentro le mura (semi) sorvegliate.

E’ così banale da rendere il tutto superfluo dopo poche puntate. Invece ti acchiappa. Perché è fatto bene. Le storie delle varie protagoniste sono intervallate tra la vita “prima” e “dentro” il carcere. Flashback a intermittenza durante la narrazione principale che, puntata dopo puntata, permettono di scoprire meglio questa o quell’altra storia. E soprattutto soddisfano “la” domanda: chissà perché è finita dentro quella lì?

E così ho visto anche la seconda e proprio quando finalmente mi sono deciso a sancire la inevitabile ripetitività di altre 13 ore di girato, ecco che le carte si rimescolano ancora una volta. E così la terza stagione cambia registro, e lo stesso fa la protagonista (sto sul generico perché lo spoiler è sempre dietro l’angolo).

Sta di fatto che la quarta stagione la inizierò a breve, anche se è un mondo a noi un po’ distante, sconcio e scurrile, anche se a tratti appare melenso e grottesco. Anche se certe dinamiche iniziano un po’ a stridere. E sono quasi convinto che guarderò anche la quinta, anche perché siamo ancora ad agosto e… ci sono un sacco di cose da fare, specie per chi non è costretto alle uniformi arancioni.

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