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LIBERTÁ [davvero?]

Dai che ti ridai, siamo al terzo articolo dell’amico Dario 😉


E dunque ci si ritrova a parlare di libertà.

La prolungata quarantena con la conseguente limitazione della possibilità di movimento induce da ogni dove la riflessione su questo concetto di cui l’uomo discetta da secoli. Oggi mi sento meno libero? Vi dirò cosa sento io aggiungendo, spero non inutilmente, che come visione del tutto personale non vuole essere nulla di più di una riflessione che spero accompagni le vostre, in quel sano processo dialettico e di rispetto che la festa di ieri, 25 aprile, ne è la commemorazione.

Oggi continuo a sentirmi libero, perché la limitazione della mia libertà di movimento porta con sé un valore superiore che è il bene di tutti. Non sono Gandhi, ma uno dei milioni di italiani che, pur nel sacrificio, rispetta una richiesta, imposta per legge.

Come può esserci libertà nell’imposizione? È piuttosto semplice: nella partecipazione. Partecipo ad un sacrificio comune nella speranza che lo stesso dia la possibilità a tutti noi di uscire al più presto dall’epidemia. Sono libero e come me milioni di italiani perché aderisco alla richiesta. Non sono forse libero di trasgredire? Davvero le multe sono un deterrente?

È inutile negare che un certo senso comune attribuisce alla libertà, per la sua stessa natura, l’assenza di confini. Un retaggio del narcisismo primario del bambino che si sente onnipotente? Lo lascio dire agli accademici, ma pare evidente che una parte del significato che attribuiamo alla libertà sia piuttosto infantile.

Il gradino successivo, leitmotiv tra i più abusati, impone il confine della mia libertà dove inizia la libertà dell’altro. Lasciatemi dire che è davvero poco convincente. Per almeno due motivi. Il primo riguarda la differenziazione tra libertà mia e libertà dell’altro. Come se io ne possedessi un pezzo e lui un altro, un appezzamento di terreno delimitato da un muretto a secco entro il quale posso fare ciò che credo e oltre il quale lui può fare ciò che crede. Lo pensavo anche prima, ma il virus non ha convinto anche voi che non sia assolutamente così? Senza attribuire colpe, ma è mentre venivano esercitate libertà a migliaia di chilometri dal mio muretto a secco, che si stava preparando (inconsapevolmente) un duro colpo alle mie. No, il discorso non funziona.

La libertà è una sola e tutti ne partecipiamo (o almeno dovremmo). E partecipare ad una cosa così importante prevede che si senta tutta la responsabilità del caso.

Arriviamo così al secondo punto. È necessario prevedere un termine per la libertà? La mia libertà comincia dove comincia la libertà dell’altro. Non sarò mai completamente libero se ci sarà qualcuno che non lo è, peggio ancora se per essere libero io un altro non può esserlo. Qualche benpensante ha proposto di non far uscire gli anziani perché possa uscire io. Non mi dilungo, ma è un’aberrazione.

Quindi siamo partiti da una libertà fanciullesca, priva di limiti, ad una libertà compartimentata: pur senza essere filosofi, il rumore di ingranaggi che si sforzano è ben evidente. La libertà ha dei confini che noi possiamo allargare partecipando responsabilmente perché ognuno ne goda. Non è utopia, piuttosto un modo di procedere che non evita problemi e scontri, ma che al momento non mi sembra possa essere messo in discussione. È alla base di qualsiasi processo di cambiamento: è necessario smettere di separare, dobbiamo iniziare ad integrare.

Vorrei averlo scritto io ma no, è stato lui: la libertà è partecipazione.

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CC BY-NC-ND 4.0 LIBERTÁ [davvero?] by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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