Le cronache del ghiaccio e del fuoco [Benvenuto, Marko]

Gente che va e gente che viene, in casa CollateralMente. Per dire che ne abbiamo imbarcato un altro: è Marko Nero, è un grafico, fa panini, fa pugilato, scrive, ed è un amico. Direi che ce n’è a sufficienza.

Il suo primo articolo riguarda la sua attività di volontario della Protezione Civile [Squadra Volontari Aib Sant’Antonino] nei giorni in cui il fuoco stava devastando la Val Susa. Ne vale la pena, date retta.

Buona lettura e benvenuto.

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In quest’ultima settimana siamo stati a mollo. La pioggia battente e intensa ci ha lasciato qualche ricordo artritico nelle ossa (anche a chi di noi ha poco più di trent’anni), ma soprattutto ha cancellato quasi completamente, a tutti coloro che non l’hanno vissuta in prima persona, la paura e l’impotenza davanti ai grandi roghi autunnali. E mentre oggi sbuffiamo davanti alla finestra sperando in un raggio di sole per fare due passi e scaldarsi la pelle, un paio di mesi fa pregavamo ciascuno il suo dio che qualche bicchiere d’acqua lanciato dal cielo desse tregua alle case aggredite dalle fiamme.

Già, le case. E le cose. Tutto ciò di cui è rimasto un mucchio di cenere e pietre ci sembra la pagina giusta in cui infilare il segnalibro e iniziare a ricordare. Ma perché non lasciare tutto al passato e dimenticare, in attesa che le nubi si diradino e si possa di nuovo uscire a lanciare la pallina al cane in giardino? E perché le case, e le cose bruciate (relativamente poche, per fortuna) invece che quelle salvate (tante) visto che la nostra missione è proprio quella: salvare dalle fiamme? Per due ragioni come due sono le domande. Perché è guardando a ciò che si è perso che si riesce a mantenere alta l’attenzione (e la tensione) giusta di modo che succeda più raramente possibile. L’allerta zero perpetua è impossibile, non è pensabile per quanto sarebbe bello, vivere la Terra in serenità imperitura, anche per colpa nostra. Però è possibile ridurre i fattori di rischio, e per farlo è necessario concentrarci su ciò che si è perso piuttosto che crogiolarsi nella gloria di ciò che si è salvato e ricordare. Ricordare, soprattutto le disattenzioni precedenti le emergenze (per il bosco, per le case, per le borgate) e gli errori, per renderci migliori e più pronti la prossima volta che succederà. Perché succederà di nuovo, purtroppo. La seconda ragione è perché la sofferenza di chi ha perso è infinitamente maggiore della felicità di chi ha preservato i suoi beni. Certo una casa si ricostruisce, forse… Ma la memoria delle cose, i momenti della nostra vita a cui ogni pietra caduta per l’esplosione di una bombola del gas era legata sono persi per sempre come le braci che danzano e si spengono sopra le fiamme. E a queste perdite, a queste persone, dobbiamo rispetto e memoria. Perché il sudore e la paura nelle notti in fiamme che abbiamo passato nelle borgate non sono bastate per salvarle.

Il sudore e la paura. La paura sì.

Sulle pagine dei social network, a corredo degli articoli di giornale, nelle parole di chi ha seguito e commentato le vicende e gli incendi, un termine è stato ridondante più di altri: eroi. Ok, grazie, niente male sentirsi gratificati, anche perché la gratitudine è l’unico salario che un volontario percepisce ma: no. Nessun eroe. Persone, amici, fratelli umani che con dedizione hanno lottato contro il fuoco cercando di strappare ogni lingua di terra possibile alla linea delle fiamme. Personale addestrato certo, preparato a mantenere la calma in situazioni in cui è facile concedersi al panico (e posso assicurare che quando sei nel bosco convinto che il fronte sia davanti a te mentre, subdolo, ti passa alle spalle è altissimo il rischio di farsi prendere dal panico) ma con la giusta dose di paura addosso. La paura è ciò che ti mantiene vivo, che non ti permette di spingerti oltre il limite dell’incoscienza, che ti permette di tornare a casa e una volta al sicuro, di scaricare la tensione.

Cosa abbiamo visto e cosa abbiamo fatto in quei giorni?

Ricordare per fare meglio e per rendere omaggio a chi ha perso è importante, ma ricordare, parlare e anche scrivere ciò che abbiamo vissuto serve per rielaborare e per sostenere psicologicamente i volontari intervenuti. Oltre ai corsi antincendio alcuni di noi hanno avuto l’opportunità di frequentare dei corsi di psicologia dell’emergenza, organizzati dal Vol.To – Centro Servizi Volontariato Torino, grazie ai quali ora abbiamo qualche strumento in più per proteggere i nostri volontari dal punto di vista delle emozioni. Una volta superata l’emergenza parlarne fa bene a noi, fa bene alla Squadra e la fortifica.

Noi eravamo lì, proprio in quei luoghi che le cronache nazionali hanno rilanciato per giorni nei vari comunicati e dirette TV. Territori che la stragrande maggioranza della popolazione del resto d’Italia faticava a capire dove fossero ma ai quali ugualmente si è stretta empaticamente. In alcuni posti siamo arrivati per primi (non perché più bravi o veloci, bensì perché la direzione delle operazioni di spegnimento ci ha inviati a “difendere” una porzione di territorio piuttosto che un’altra). Avremmo potuto rendere partecipi coloro che non erano sui luoghi dell’evento, magari per coinvolgere il Paese emotivamente. Ma abbiamo deciso di condividere pochissimo di ciò che avevamo davanti agli occhi. Di non pubblicare ogni cosa sui social network, di ridurre al minimo le interviste, di filtrare ogni immagine. Perché far circolare foto di case distrutte, (ancora in fiamme o crollate a causa del cedimento delle travi o dello scoppio delle bombole di gas) prima che potessero vederle di persona i proprietari (che le hanno costruite o ristrutturate con immensi sacrifici rendendo vive le borgate) ci pareva inopportuno e violento. Anche perché i proprietari, per evidenti motivi di incolumità pubblica, non hanno potuto difenderle come avrebbero voluto, lasciando ad altri tale incombenza. E tra questi a noi per esempio.

Iniziare una giornata tornando dove nella precedente avevamo lottato insieme agli altri Vigili del Fuoco tutto il giorno per salvare la borgata ed incontrare la distruzione causata dall’abbassamento del fronte durante la notte ci ha lasciati attoniti. Ma non ci ha fermati. Siamo ripartiti subito, più determinati e consapevoli che la lotta sarebbe stata impari. Giornate trascorse per gran parte in quota, salvando delle borgate, ma più spesso dovendo arretrare e lasciare che il fuoco si portasse via qualche altra baita. Il sole non l’abbiamo quasi mai visto, oscurato dalla nube di fumo denso che ha reso l’aria irrespirabile per intere settimane. Il vento con raffiche ad oltre 70 Km/h ha reso spesso impossibile l’aiuto dall’alto e la siccità ha reso complicatissimo e tardivo l’approvvigionamento idrico.

Il nostro primo timore in quei momenti, era che qualcuno potesse essere rimasto intrappolato nella borgata. La zona era ufficialmente evacuata ed invece mentre stavamo spegnendo il fronte che si dirigeva al Seghino, ci siamo trovati improvvisamente di fronte un uomo, disperato, che vagava in mezzo ai boschi ancora in fiamme, (risultato poi il proprietario di una casa distrutta) il quale nonostante i blocchi ed i divieti, aveva trascorso la nottata da solo nella sua borgata, cercando di salvare qualcosa. Una notte di inferno, da solo a lottare con le fiamme, parlava a stento ma gli si leggeva tutto negli occhi. “E’ tutto bruciato, non è rimasto nulla, i sacrifici di una vita…”, ripeteva in lacrime. “Cinque minuti fa è scoppiata anche la bombola ed allora son venuto via che non c’era più niente da fare”. Era salvo ora. Da lui abbiamo appreso della distruzione e siamo saliti a vedere (attraversando il fronte che stava scendendo), col groppo in gola e col timore che altri, potessero aver fatto come lui ed aver trascorso la notte in quell’inferno. Abbiamo avvisato la sala operativa chiedendo di far affluire i Vigili del Fuoco per controllare. Arrivati a Perriere abbiamo avuto la triste conferma, come per la Borgata Ercossi, tutto bruciato. Ma per fortuna non abbiamo trovato nessuno. Poco meno di mezz’ora e sono arrivati i Vigili del Fuoco. Nel frattempo le case bruciavano ed i tetti crollavano, così come le travi dei piani intermedi e a seguire i muri portanti. Poi, una volta giunti i VF, la verifica che non vi fossero altre bombole o rischi e la decisione di ripiegare nuovamente verso il Seghino, ma non prima di aver fatto un tentativo di salire a Pietra Bruna, dove nei giorni precedenti c’erano dei civili che cercavano di ripulire la zona attorno casa sperando di salvarla dalle fiamme. Non siamo riusciti a salire per le troppe fiamme, ma i colleghi di Villarfocchiardo passando dalla provinciale ce l’hanno fatta e, a fine giornata, anche quella borgata era salva, come molte altre. Ma in molti altri casi ci siamo dovuti arrendere.

Ci sono stati momenti convulsi e sensazioni contrastanti, punteggiati da situazioni stranianti come quando un grosso cinghiale che, terrorizzato dalle fiamme e dal fumo, ci è corso incontro come per volerci caricare. Quasi come se fossimo noi i responsabili della distruzione della sua casa (il bosco). Poi, forse accortosi che eravamo lì per salvare la “sua casa”, come quelle degli umani, ha cambiato direzione sbandando ma riuscendo a trovare una via di fuga per mettersi in salvo. Poi con l’avvicinarsi del buio la situazione in paese è degenerata ed allora ci hanno fatto scendere a San Giuseppe. Ed anche lì, come in quota, abitazioni in fiamme, gente in fuga, disperazione, impotenza e distruzione.

Scendendo in fretta verso il paese in fiamme, ad Urbiano ed anche San Giuseppe, qualche umano ha avuto con noi la stessa prima reazione avuta dal cinghiale la mattina… poi forse ha capito che dentro quelle tute da spegnimento AIB, c’erano altri umani che erano lì per salvare loro e la loro casa dal fuoco, proprio come per il cinghiale…

Non abbiamo avuto vittime o feriti gravi tra le nostre fila. Non ce ne sono state tra la popolazione civile. E questa è stata la grande vittoria di quelle giornate. Una cosa non scontata in condizioni del genere. Per il resto ci sono stati momenti in cui abbiamo vissuto sensazioni vicine alla sconfitta totale. Giornate in cui ha vinto la natura, ci ha fatto capire chi è il più forte. Ci ha reso più umili, ridimensionando la convinzione sulle nostre capacità di resistenza con i nostri fragili strumenti. Ma ogni mattina eravamo nuovamente lì a combattere. Questa esperienza ci ha fatto ricordare ciò che ci insegnano in termini di sicurezza personale ai corsi antincendio “un’unghia persa da un volontario non vale un ettaro di bosco”. Nei momenti più duri ci è andata bene perché avremmo potuto perdere molto di più.

A San Giuseppe, scambiando due parole con il Vigile Del Fuoco esperto, prossimo alla pensione dopo oltre 40 anni di servizio, il tenore delle conversazioni è identico a quelle della mattina con l’Aib con esperienza ultratrentennale: “brucerà finché rimane qualcosa da bruciare”. Solo la pioggia potrà fare la differenza.

La svolta infatti è arrivata dopo qualche giorno, con il cambiamento delle condizioni meteo. L’abbassamento del vento e qualche rara pioggia ci hanno dato man forte. A fiamme ormai esigue il grosso del lavoro è stato bonificare, perché se gli alberi erano spenti, la terra, in profondità, ha continuato a bruciare. Ribaltare le zolle per soffocare le braci è diventato l’obiettivo primario, di modo che se il tempo avesse cessato di essere clemente e si fosse rialzato il Foehn, il vento non avrebbe trovato fuoco sopito a cui restituire ossigeno.

Sono state giornate infinite e drammatiche. La puzza di fumo e la fuliggine nelle narici dopo poco tempo va via, ma la consapevolezza che resistere è tutto ciò che si può fare davanti alle fiamme, rimane perseverante in tutte le nostre membra. Certo, la vita prosegue e il nostro tempo scorre sereno dopo le emergenze, ma sempre con la tensione (e l’attenzione) alta. Preparandoci ogni giorno per il prossimo evento. Pulendo i sentieri e installando idranti, facendo esercitazioni e preparandoci psicologicamente perché sappiamo che la riduzione del rischio e la prevenzione sono le uniche armi che abbiamo, nel rispetto della natura e del bosco che tanto amiamo, per ritardare il più possibile l’avvento della prossima emergenza.

Non per soldi e non per gloria facciamo tutto ciò, ma solo per restituire alla fortuna, che ci ha fatto nascere in un luogo più sereno di molti, troppi altri.

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CC BY-NC-ND 4.0 Le cronache del ghiaccio e del fuoco [Benvenuto, Marko] by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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