La minima unità culturale

C’è un vecchio adagio per tifosi di calcio che fa così:

Se ne prendi uno puoi recriminare, se ne prendi due un po’ meno, ma dal terzo in poi stai zitto e porta a casa

Si adatta a qualunque cosa, politica compresa.

Lo so che qui di politica non se parla [quasi] mai, e ultimamente mi sto distaccando in modo graduale dalle discussioni politiche da social, perché il dibattito è più sterile che quello da bar e non c’è nemmeno il vantaggio di avere una birra in mano; noto però con un certo stupore [ci riesco ancora, a stupirmi] che il popolo dei meme si sta scatenando con una serie di frasi sarcastiche sul prossimo governo del nostro paese.

Meme, secondo Wikipedia, ha questo significato:

è una minima unità culturale come, ad esempio, una moda, uno stereotipo, un’immagine, che si propaga tra le persone attraverso la copia o l’imitazione mediante disseminazione e condivisione.

È una buona definizione.

La propagazione di questi meme, uno dei quali è ad esempio ‘Abbiamo finalmente un Presidente del Consiglio eletto dal popolo’, è in questi giorni massima, direi totalizzante; manco a dirlo, la stragrande maggioranza di queste prese in giro provengono da simpatizzanti/votanti/aderenti il Partito Democratico.

Purtroppo non riesco a fare a meno di leggerli, perché l’algoritmo di Facebook fa sì che io legga quasi esclusivamente post di persone a me ‘prossime’ come gusti, idee politiche, amicizie comuni. L’algoritmo così come è strutturato è la grande occasione sprecata di Facebook, ma ne ho già parlato e non è questo il punto.

Il punto è che il PD è passato dal 40,8% al 18, e davvero non riesco a immaginare, pur sforzandomi, cosa ci sia da scherzare per un simpatizzante/votante/aderente. Non riesco a comprendere come si riesca ancora a fare gli spiritosi. Non riesco a pensare ad un modo più isterico di reagire.

Direte: vabè ma si scherza. hanno passato 5 anni a dire che prima Letta, poi Renzi e infine Gentiloni non erano stati eletti dal popolo, quindi..

Quindi cosa. Cosa.

Ci si nasconde dietro alle battute come fossero una foglia di fico bastante a coprire un fallimento di portata epica, si inventano slogan cotti e mangiati per non ammettere di assistere impotenti al cambiamento radicale dello stesso concetto di politica nel nostro paese, si sbeffeggia un avversario che nemmeno se ne accorge.

Una minima unità culturale, appunto.

Così mentre il PD scivola verso l’irrilevanza come il Titanic verso l’abisso, tocca anche leggere gli sberleffi di qualche fenomeno che quando si fa serio parla di ‘ripartire dai circoli e dai territori’, come se una cosa del genere avesse ancora un qualsivoglia significato, come se i territori non si fossero già espressi in modo chiaro, inequivocabile. I territori hanno parlato.

Perdi 10 a zero e ti metti a sfottere l’avversario. È tutta qui la lettura? Se è questa, non è la mia, perché scherzare è bello quando non diventa grottesco: qui è come raccontare una barzelletta sporca in un asilo. Durante il periodo della campagna elettorale anche io ho scherzato sul famoso reddito di cittadinanza, ma dopo il 4 marzo ho smesso di ridere, perché ho capito che da ridere c’è poco. Niente.

Più leggo meme sgangherati, più mi viene in mente una frase sibillina scritta nel 1933 che purtroppo si è rivelata profezia esatta:

parecchi di quelli che ridevano, adesso non ridono più. E di quelli che ridono ancora, moltissimi la smetteranno tra breve.

Speriamo non sia così.

Però basta ridere.

FacebooktwittermailFacebooktwittermailby feather

CC BY-NC-ND 4.0 La minima unità culturale by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.