Il deep impact della tecnologia in Ghana [Jelena’s back]

Ed ecco l’articolo di Jelena, tornata da poco dal Ghana: siamo lieti di ospitarla di nuovo [qui il suo primo resoconto], convinti dalla chiarezza con cui ha saputo descrivere cose che noi da questa parte del mondo non vogliamo guardare, mentre continuiamo a consumare, consumare, consumare..

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Vi siete mai domandati cosa capita alla nostra tecnologia quando non ci serve più? Dove vanno a finire quegli smartphone che fino a sei mesi fa erano il top dell’innovazione, ma ora sono obsoleti in confronto al modello appena uscito? Ci chiediamo mai qual è il prezzo di questa incessante e sempre più veloce corsa all’innovazione?
Studiando nel corso magistrale in Comunicazione, ICT e Media dell’Università di Torino, ho imparato a pormi con criticità verso l’innovazione: la incessante ricerca e produzione di qualcosa di più efficiente, più veloce, più agibile è certamente encomiabile. È una caratteristica che fa onore all’essere umano, che per sua natura cerca sempre di migliorarsi. Eppure, arrivando sempre più vicina alla laurea, ho incominciato ad avere la sensazione che esiste un lato nascosto dell’innovazione, che il nostro Occidente, proiettato così verso il futuro, non vuole vedere.

Se ci fate caso, più ci innoviamo, più distanza si crea tra noi e i paesi in via di sviluppo. Questa distanza, viene chiamata nelle scienze sociali e in economia “divario digitale”: si tratta di un fenomeno complesso, multisfaccettato e dinamico, che indica l’esistenza di una disparità economica, che può esistere sia all’interno della società stessa, sia tra società diverse.

Il sociologo Manuel Castells scriveva che essere sconnessi o connessi superficialmente a Internet corrisponde a essere esclusi dal sistema economico globale. Questo significa che la capacità dell’economia dell’informazione di connettere segmenti della società intorno al mondo unisce coloro che ne beneficiano in un sistema mondiale dinamico, mentre chi ne resta fuori ha poche probabilità di soddisfare i propri bisogni di sviluppo, prosperità economica, libertà e autonomia. Questo fenomeno scaturisce dalla disparità tra coloro che presentano le condizioni culturali e materiali per agire nel mondo digitale e quelli che, al contrario, non sono in grado di adattarsi alla velocità del cambiamento poiché non posseggono le stesse condizioni di sviluppo e accessibilità favorevoli.

Ho deciso di affrontare anche io il discorso del divario digitale nella mia tesi di laurea, ma da una prospettiva ancora poco esplorata, che mette al centro del gap tecnologico tra nazioni gli effetti dell’economia delle ICT sul ambiente. Le industrie tecnologiche producono e inseriscono nel mercato, anno dopo anno e con un ritmo inarrestabile, nuovi dispositivi, che rendono quelli vecchi inevitabilmente obsoleti. Questi ultimi entrano nel traffico di rifiuti tecnologici che giorno dopo giorno vengono smaltiti in aree non predisposte, dando l’avvio a un ciclo di affari illeciti, le cui conseguenze disastrose si riflettono sia sull’ambiente e sia sulla popolazione locale. I rifiuti elettronici scaricati sulle coste del Ghana sono un caso esemplare.
Il Ghana è uno Stato dell’Africa subsahariana, confinante con la Costa d’Avorio, il Burkina Faso e il Togo, ed è stato il primo a ottenere l’indipendenza dalla Gran Bretagna il 6 marzo 1957. Oggi è una Repubblica Presidenziale pacifica, multi religiosa e multietnica, tollerante, con un’economia in crescita e una salda democrazia, tutti elementi che fanno di questa nazione un modello molto positivo per il continente.

Tuttavia, anche qui i problemi non mancano. A causa della mancanza di lavoro, del forte indebitamento del paese, dello scarso sviluppo delle industrie e dell’iniqua distribuzione delle risorse, che sono abbondanti, ma in mano a poche multinazionali, molti giovani lasciano il paese, sfidando spesso le insidie del mar Mediterraneo
L’esperienza diretta con le due principali città del paese, Accra e Kumasi, rende molto evidente quanto l’inarrestabile urbanizzazione del paese da una parte pone le premesse per un futuro di crescita economico senza precedenti, ma dall’altra crea una sacca di povertà estrema di comunità provenienti dalle zone rurali che si riversa negli slum, vivendo al di sotto della soglia di sussistenza.

Ci troviamo ad Accra, capitale del paese. Più precisamente, siamo nel cuore commerciale di questa città, in cui sorgono Agbogbloshie e Old Fadama, due quartieri distinti ma che spesso vengono erroneamente condotti a un unico ghetto. I primi insediamenti risalgono agli inizi degli anni Ottanta, quando un numero sempre più sostanzioso di abitanti della Regione Settentrionale, notoriamente la più povera del paese, inizia a riversarsi nelle grandi città. Oggi continuano ad attirare la maggior parte degli immigrati più poveri a causa dei prezzi degli affitti molto vantaggiosi rispetto al resto della città I tentativi del governo di evacuare negli anni questo ghetto non sono mai andati a buon fine perché la maggior parte degli abitanti non ha altro posto dove andare. Nel tempo, si è andato infatti a creare un vero e proprio sistema abitativo in cui i residenti più anziani costruiscono baracche di legno affittate a basso prezzo (10 cedi ghanesi al mese, contro i 50 richiesti in un affitto normale), occupate anche da dieci individui. Gli uomini non sposati vivono separati dalle donne, ma per quest’ultime è molto importante trovare una volta insediate un fidanzato già residente da qualche anno, che le protegga e le prepari alla vita dello slum.

Come intuibile, vivere in queste zone non è semplice, innanzitutto a causa delle continue lotte tra le tribù che le occupano: soltanto l’anno scorso, si è scatenata una sanguinosa guerra tra due quando un uomo adulto ha dato uno schiaffo a un bambino membro di un altro gruppo. In questi casi, l’unico modo per porre fine a un conflitto è quella di convocare un incontro tra i capi bande, che hanno il compito di fare da mediatori nelle lotte tra gruppi.Non sono solo le lotte interne a rendere drammatico questo scenario: quest’area è infatti tristemente nota per ospitare la discarica di rifiuti elettronici più grande del mondo.

La maggior parte dei rifiuti entrano in Africa attraverso il Sud Africa passando per Durban, la Tunisia attraverso Bizerte, e la Nigeria tramite Lagos, in modo tale che i carichi contenenti materiali pericolosi possano eludere le convenzioni di Basilea e Bamako sul controllo dei movimenti transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e del loro smaltimento. Una volta in Ghana, le probabilità che il carico raggiunga aree ufficialmente non preposte allo smaltimento dei rifiuti è molto alta: tra queste la più estesa ed inquinata è sicuramente l’area che comprende Agbogbloshie e Old Fadama, per questo motivo soprannominata dalle testate internazionali la “Sodoma e Gomorra” dei tempi moderni. Non sorprende che i giornalisti abbiano usato questa metafora per descrivere la scena che si è aperta davanti ai miei occhi la prima volta che ho messo piede nel ghetto: una distesa di terra grigia infinita, fumi neri che macchiano l’atmosfera, falò che bruciano per terrà, pozze d’acqua nera, rumore di martelli che battono sul metallo, resti di macchine, elettrodomestici, cellulari, computer, stampanti, schede madri, cavi e rifiuti di plastica ammassati ovunque. Ogni giorno, lavoratori abusivi raccolgono, smantellano, bruciano, recuperano, pesano e rivendono al mercato nero i resti dei rottami e dei dispositivi elettronici che riescono a recuperare, il tutto a mani nude e senza alcuna protezione dalle sostanze tossiche inalate quotidianamente.


Adams Mohammed, 42 anni, originario di Tamale, ad Agbogbloshie dal 1998, dove lavora come riparatore e commerciante di elettronica, ha acconsentito di condividere in un’intervista la sua esperienza nella discarica. Mi racconta di essere il responsabile di un gruppo di sei lavoratori, che si occupano di procurargli previo pagamento il materiale riparabile. Una volta aggiustato l’aggiustabile, i dispositivi vengono rivenduti alle aziende d’origine oppure direttamente al singolo individuo. Ciò che non può essere riparato viene ulteriormente rottamato e bruciato per poter ricavare dai resti il rame, il piombo, l’alluminio, l’ottone, che vengono a loro volta venduti nuovamente alle aziende d’origine. Quando gli domando da dove, in che misura e con quali scadenze i rifiuti tecnologici arrivano ad Agbogbloshie, Mohammed riferisce che questi provengono maggiormente da istituzioni politiche e imprese private: in particolare, cita il nome della nota azienda sudcoreana Samsung, che qui scarica i suoi prodotti fuori produzione. Aggiunge che è impossibile dare un numero alla quantità di gadget elettronici che ogni giorno vengono scaricati ad Agbogbloshie, ma sono ogni giorno in aumento.
Per quanto riguarda la questione sicurezza, Mohammed e i suoi lavoratori non prendono nessuna precauzione contro i fumi tossici che ogni giorno inalano. Quando i problemi di salute diventano più gravi, si fanno prescrivere delle medicine, e tutto riprende il suo solito ciclo.


Mohammed parla anche della sua famiglia: è sposato e a cinque figli e vivono tutti insieme nel distretto di Abossey Okai, a quasi due chilometri dalla discarica. Con orgoglio, aggiunge che grazie al suo lavoro di riparatore è riuscito a costruire la sua casa, e può permettersi di pagare la scuola ai figli. Non tutti i ragazzi che vivono in questo ambiente sono però così fortunati: infatti, la maggior parte dei genitori impegnata nella discarica porta con sé i figli per aiutarli, perciò non è raro vedere ragazzini di dodici anni estrarre materiali pericolosi dai rottami, e a volte sono anche più giovani.
Mohammed è consapevole del prezzo sociale e dei grandi danni ambientali che questo giro dei rifiuti causa, per questo spera di poter uscire da questo giro un giorno. Qui si conclude la nostra intervista.
Situazioni estreme come il caso di Sodoma e Gomorra sono un monito per le aziende future di ripensare i propri modelli di produzione, a favore di un modello a impatto zero, che venga incontro alle esigenze della popolazione mondiale, e non solo a quelle di una fascia privilegiata.
L’augurio è che le conquiste in campo tecnologico vengano utilizzate non solo per migliorare la rapidità dei sistemi di produzione, ma anche a migliorare le condizioni di vita di tutte le fasce sociali. Il mondo è uno solo: difendiamolo!

 

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CC BY-NC-ND 4.0 Il deep impact della tecnologia in Ghana [Jelena’s back] by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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