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Di negazionismi e altre amenità

Ancora dall’amico Dario un post sulla fenomenologia dei NoMask.


La recente manifestazione che a Roma ha raccolta un gruppo eterogeneo di persone, coagulate intorno al tema comune di un certo senso critico nei confronti del contagio da Covid-19, sui relativi numeri e sui provvedimenti presi dal Governo, credo nasconda una complessità che la narrazione che se ne dà non colga.

Si passa dalla derisione alla preoccupazione esagerata, ma analisi che si collochino nel mezzo tra questi due estremi, per ora non ne ho viste. Il che corrisponde all’incapacità di trovare una via di mezzo tra “qui Coviddi non ce n’è” e rimanere chiusi in casa con la mascherina indossata (con l’unica differenza che i secondi nuocciono soprattutto a loro stessi e alle persone vicine, mentre i primi sono potenzialmente dannosi per la comunità).

L’analisi di questo gruppo eterogeneo, a voler essere seri, non può essere condotta con la faciloneria che ho visto, per il semplice fatto che per comprendere fenomeni sociali, se pur caratterizzati da manifestazioni evidentemente deliranti, non si può stare seduti in una redazione senza fare un minimo di inchiesta: quanto appena detto non autorizza nessuno a ritenere che in qualche modo giustifichi o simpatizzi per costoro. Semplicemente, non è questo il problema. La conoscenza ha le sue regole, che vanno costruendosi nel tempo, non seguirle significa coltivare ignoranza e arroganza. Vale per entrambe le parti.

Ma mentre qualcuno si prende il disturbo di comprendere cosa porta un numero di persone non così esiguo a manifestare con slogan evidentemente contrari al principio di realtà (il povero Sigmund non riposa in pace, temo) vorrei mandare timidamente un messaggio a costoro, un messaggio che tenga insieme il loro diritto di avere delle opinioni con il rispetto del resto della comunità.

So per certo che ieri alcune persone che conosco, più o meno vicine a me, hanno passato una pessima giornata. Mentre noi si scherzava nel leggere certe cose, queste persone hanno rivissuto la morte di un proprio congiunto a causa del virus, il fatto di non averlo potuto assistere sino all’ultimo, di non averlo potuto salutare per l’ultima volta. So per certo che ieri molte persone che hanno lavorato in condizioni disumane per curare gli ammalati, si sono sentite tradite una seconda volta, tradite da una parte di comunità che, nella necessità (leggasi: ammalarsi per il Covid in modo sintomatico), non esiterebbe nel pretendere il loro aiuto.

L’invito, pertanto , è molto semplice: avete tutto il diritto di manifestare ma la narrazione che costruite non può non tenere conto della sofferenza. Se volete il rispetto delle vostre opinioni, iniziate mostrando rispetto per la sofferenza. Così poi possiamo parlarne. Prima, no.

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CC BY-NC-ND 4.0 Di negazionismi e altre amenità by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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