Dead [comfort] zone

1 Settembre.

Avevo due scelte, per questa estate: scrivere moltissimo o non scrivere niente.

Ho scelto la seconda. Mi serviva, anche fisicamente, un distacco, una distanza tra me e uno schermo e dei tasti. Non ho postato sui social quasi nulla, e mano a mano che guardavo le timeline dei miei contatti mi rendevo conto di come Facebook abbia fallito totalmente la sua funzione ‘social’, trasformando il suo parco utenti in un insieme di bolle, di enclave all’interno delle quali si coltivano gli stessi gusti, le stesse opinioni. Un insieme di [dead] comfort zone, in cui prevalgono meme [quanta ironia stantia] e pensieri unici e conformi.

E insulti, minacce, opinioni tecniche date a casaccio, naturalmente.

Non fa più per me, e se non mi sono tolto da lì è per il fatto che con i social ci lavoro oltre che per questo blog che adesso, sì, ho intenzione di riempire più che posso.

‘Sui social hai più audience, i blog sono morti.

Beh non è vero, e se anche lo fosse chissenefrega. Anche il punk è morto, ma spacca ancora tutto quel che può spaccare.

I social comunque sono solo un pezzo del ragionamento: mi sono reso conto di aver bisogno di una distanza e vedere un po’ come si sta da ‘fuori’.

Ho fatto un piccolo bilancio di ciò che è stata questa prima parte dell’anno capendo che ho fatto un sacco di cose, muovendomi speditamente su rotte diverse da quelle che ho percorso fino a Marzo di quest’anno. La distanza dalle rotte vecchie e dai vecchi compagni di viaggio mi ha fatto capire che un buon esercizio per capire appieno dove si è e cosa si sta facendo è allontanarsi e guardare le cose da fuori.

Quando sei fuori da ciò in cui eri immerso hai la possibilità di vedere meglio, di capire meglio, di misurare il perimetro [non solo fisico] del tuo ambiente.

È importante per coglierne i pregi, e naturalmente anche i difetti. Ce ne sono, di difetti, sempre.

Ho camminato molto, ho fotografato un mare straordinario, quello siciliano: una terra speciale la Sicilia. Aspra e calda, capace di soverchiare lo sguardo.

Via dalla rete, mi sono finalmente riappropriato del mio tempo per la lettura di libri [Solaris di Stanislaw Lem, Inverso di William Gibson e La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace]. 3 in tre settimane, non male.

Non ho idea di quanto ciò sia da mettere in correlazione con la lettura di Wallace, ma ho ripreso dopo 30 anni a giocare a tennis e non me la sono nemmeno cavata male. La butto dall’altra parte in stile punk, cioè senza stile alcuno, e ho un ‘rovescio insidioso’ a detta di chi sa giocare. I colpi migliori mi vengono quando sono in difficoltà, in rincorsa: è un po’ la storia della mia vita.

Sprecare non è bene [ovvero, è male], e credo che nonostante gli impegni lavorativi in cui mi sono immerso non appena tornato, terrò fede a quanto mi sono detto in riva al mare, inondato da uno di quei tramonti che la Sicilia è così gentile da offrire spesso a chi li vuole guardare o vedere: qualcosa deve ancora cambiare, perché non sono fatto, nessuno di noi è fatto, per condividere cose su Facebook o su Instagram. Rivoglio il mio tempo, e voglio camminare quando tutti corrono, ricordando Sting che in English man in NY canta ‘A gentleman will walk but never run’.

A [molto] presto.

p

 

[Ho scritto questo post ascoltando questa traccia di Goldmund]

 

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CC BY-NC-ND 4.0 Dead [comfort] zone by CollateralMente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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