Blade Runner 2049

Los Angeles, 2049. L’agente K (R. Gosling) è un blade runner e cerca ancora replicanti, soprattutto i pochi rimasti della Tyrell, ormai messi fuori legge. Nelle sue indagini si imbatte in un caso sospetto, che potrebbe celare la presenza di un’anomalia nel sistema di produzione dei replicanti, nascosta e insabbiata per 30 anni. Le sue ricerche lo porteranno sulle tracce di Deckard (H. Ford), il mitico cacciatore di androidi della pellicola di Scott del 1982, oltre che a scontrarsi con Neader Wallace (J. Leto), che ha rilevato la Tyrell corporation.

Dennis Villeneuve (“Sicario”, “Arrival”) accetta la difficile scommessa di girare il seguito del leggendario film, tratto da P. K. Dick, 35 anni dopo. Lo fa certamente con un’ambientazione suggestiva e un talento visivo innegabile: scenografia impressionante, fotografia che gioca tra i contrasti della città piovosa (anche qui), i neon alogeni e gli ambienti desertici in tonalità rossa del rifugio di Deckard, musiche (Hans Zimmer, tra gli altri) che ricalcano il tema dei Vanghelis. Il limite del film, a tratti, è la lunghezza della storia: 150 minuti sono troppi e in certi passaggi la vicenda zoppica. Cast di gran livello, in cui spiccano, oltre a Gosling, le prove di Ford e di Robin Wright. Interessante la figura dell’intelligenza artificiale con cui K si relaziona, meno riuscita la funzione di Wallace. A conti fatti, non tutto torna, ma tant’è.

Alla fine se ne esce un po’ provati, con la nostalgia di rivedere l’originale e la sua folgorante dimensione estetica che segnò un’epoca.

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